Sequestri a caro prezzo

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Dopo il caso di Silvia Romano, oramai ampiamente trattato, l’Agenzia ADN-Kronos ha ricostruito i rapimenti di nostri connazionali negli ultimi anni, partendo da quello della giornalista Giuliana Sgrena fino a quello della ragazza milanese appena liberata.

Per nessuno di tali rapimenti è stato mai ufficialmente ammesso dagli organi di governo di essere stato pagato il riscatto, ma sia fonti riservate interne agli stessi Palazzi, sia indiscrezioni provenienti da altre fonti, confermano che quasi per tutti i pagamenti siano avvenuti e che sarebbero costati qualcosa come 80.milioni di euro, pari a circa 150.miliardi delle vecchie lire: mica noccioline!

Oltre a qualche sacrificio di vite umane che in qualche caso c’è stato.

Un fiume di soldi dei quali hanno beneficiato terroristi in Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, Somalia e non solo, in merito ai quali già il Presidente Francesco Cossiga, il picconatore che non aveva peli sulla lingua, in una intervista televisiva rilasciata il 2 aprile del 2007, a proposito del rapimento del giovane italiano Gabriele Torsello, il fotoreporter italiano rapito in Afganistan mentre a bordo di una corriera era diretto a Kandahar per un servizio, riferì: “due milioni sono stati pagati, ma forse già restituiti all’Italia dalla Gran Bretagna”. I soldi, disse Cossiga, ”sono stati presi probabilmente dai fondi riservati dei servizi di informazione e sicurezza, ma non mi meraviglierebbe che ci fossero stati restituiti dal governo di Sua Maestà britannica, visto che Torsello è un ragazzo che vive da lungo tempo in Gran Bretagna e loro si affezionano a chi vive da loro”.

Nella stessa intervista Cossiga aggiunse: “Il governo non dovrebbe mai trattare”.

Cossiga, quindi, ammetteva due cose: la prima è che il nostro stato paga per i riscatti, e la seconda, che conferma la prima, che in quel caso parte del riscatto ci era stato restituito dalla Gran Bretagna.

Milioni di euro dei quali non c’è una traccia ufficiale, in merito ai quali gli stessi Stati Uniti, da sempre contrari a trattative con i terroristi, ci hanno spesso redarguiti: non si sa con quale autorità.

Iniziamo dal 7 settembre 2004, quando in Iraq vennero sequestrate Simona Torretta e Simona Pari, due cooperanti liberate il 29 dello stesso mese. Per esse sembra siano stati pagati 4.milioni di euro, non si è mai saputo se per ciascuna o per entrambe.

Uno dei più drammatici fu il sequestro in Iraq del 4 febbraio 2005, sembra dal jihād islamico (ma non è mai stato accertato), della giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, liberata un mese dopo grazie all’impegno di un dirigente dei Servizi segreti italiani Nicola Calipari, alto funzionario del Sismi, il servizio segreto militare, distaccato per queste incombenze presso la Presidenza del Consiglio. Quando il 4 marzo la vicenda sembrava conclusa con la liberazione della giornalista, ci fu un tragico epilogo che portò alla morte del Calipari e al ferimento della stessa Sgrena presi di mira da una pattuglia della Nato, che sorvegliava le strade di Bagdad, dal cui automezzo partì una raffica di mitra; Calipari morì per aver protetto col suo corpo la giornalista.

Non si è mai ben capito cosa sia successo in quanto la ricostruzione dell’accaduto, fatta dalle autorità americane, differisce da quella fatta dai nostri investigatori, e non è stato possibile appurarlo nemmeno giudiziariamente in quanto il processo non si è mai concluso, formalmente per questione di giurisdizione eccepita dagli statunitensi che impedì di processare il militare americano che aveva sparato.

Proprio mercoledì 13 maggio, nella trasmissione Atlantide, condotta da Andrea Purgatori su La7, è stata ricostruita l’intera vicenda con la partecipazione sia di Giuliana Sgrena, sia di Rosa Calipari la vedova di Nicola, accumunate nella tragedia, l’una per essersi sentita responsabile della morte di Calipari, l’altra perché la sua famiglia ne fu distrutta.

Sembra che per la liberazione della Sgrena sia stato pagato un riscatto tra i 5 e i 6.milioni di euro, ma, come di consueto, anche questa notizia è stata sempre smentita.

Molte polemiche sorsero intorno all’ipotesi del riscatto pagato per la liberazione del fotoreporter Gabriele Torsello, rapito 12 ottobre del 2006 in Afghanistan e rilasciato dopo 23 giorni. In quel caso, nonostante le smentite dello stesso Torsello, fu il fondatore di Emergency, Gino Strada, che si era prodigato per ottenere il rilascio, a confermare ai magistrati che indagavano sulla vicenda l’avvenuto pagamento di due milioni di dollari.

Quando venne sequestrato dai Talebani, il 5 marzo 2007, a Kandahar, in Afganistan, il giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, liberato dopo appena 14 giorni, si vociferò che per la sua liberazione ci fosse stato l’intervento in prima persona dell’allora presidente afgano Hamid Karzai, che avrebbe ceduto alle pressioni del nostro Presidente del Consiglio Romano Prodi (al Ministero degli esteri c’era Massimo D’Alema). In cambio, a richiesta dei sequestratori vennero rilasciati quattro talebani prigionieri.

In quella occasione sembra non sia stato pagato alcun riscatto, ma nel 2010, il Direttore de La Stampa Mario Calabresi, scrisse che anche in quel caso, nonostante la liberazione dei talebani, fosse stato pagato anche un riscatto, ipotesi smentita dal nostro Governo ma confermata dal Calabresi, il quale citò fonti del Dipartimento di Stato statunitense.

Il 21 maggio 2008 ci fu il sequestro di Giuliano Paganini e Jolanda Occhipinti, due cooperanti della Ong “Cins”, alle porte di Mogadiscio, sempre in Somalia.

Contrariamente alla Ong della quale fa parte Silvia Romano, la Ong Cins, fondata nel 1988, è riconosciuta dal nostro Ministero degli Esteri, dalle Nazioni Unite, e dalla Commissione dell’Unione Europea, ha quindi una visibilità a livello internazionale.

In quel caso, quindi, i due cooperanti operavano in piena legittimità, e per la loro liberazione pure intervennero i nostri servizi segreti; sembra che sia stato pagato un riscatto di 700.mila euro o di 100.mila dollari (come sostengono negli Stati Uniti), quale acconto, ma non si è mai saputo se fosse poi stato versato un saldo.

Ci fermiamo qui per non stancare i nostri lettori, riservandoci di concludere in un successivo articolo.

(1 – segue)

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