Mancanza di autosufficienza senile

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Il problema della non autosufficienza delle persone di una certa età è sempre più sentito e in alcuni casi è un dramma che colpisce un poco tutti, dai non autosufficienti ai familiari che sono spesso costretti a farsene carico direttamente, sia per assisterli fisicamente, sia per mettere mani alla tasca per pagare badanti, a volte difficili da trovare, spesso non accettati dagli anziani da assistere, tante volte esosi e in tanti casi poco afidabili.

Il problema diventa più drammatico quando gli anziani hanno necessità di essere assistiti anche di notte, perché non sempre si trova chi sia disponibile 24 ore su 24; occorre ricercare persone che non abbiano una stabile dimora, o magari debbano rinunciare alle loro famiglie per dedicarsi ad altri, e questo, oltre alle difficoltà del reperimento, comporta un costo in molti casi difficile da sostenere.

Quante persone ancora in attività sono costrette a rinunciare al loro lavoro a tempo pieno per sopperire alla mancanza di tempo pieno dei badanti?

Chi di noi non conosce qualcuno che ad una certa ora è costretto a rientrare a casa per sostituire il badante che deve andare via?

Vi è, inoltre, un aspetto spesso trascurato dagli analisti della complessa vicenda; la persona anziana, spesso considerata non del tutto fisicamente autosufficiente, non sempre effettivamente lo è, in molti casi può avere qualche limitazione fisica, talvolta ingigantita dagli stessi familiari, ma spesso è nel pieno possesso di tutte le sue attitudini intellettive, ed essere assillati dai figli o da altri familiari non fa altro che aggravare il problema.

È chiaro che non tutti hanno attitudini psicologiche adeguate, spesso la situazione fa venire meno anche parte dell’affetto; questo determina, però, situazioni paradossali e talvolta drammatiche, cioè l’allontanamento volontario dell’anziano dalla famiglia.

Come spiegare, altrimenti, le denunzie che quotidianamente ricevono le FF. OO. sulla scomparsa di anziani, quanti di questi sono allontanamenti volontari originati da incomprensioni (sempre più frequenti tra le diverse generazioni), situazioni che settimanalmente l’utile programma televisivo “Chi l’ha visto” della Sciarelli segnala?

Spesso si giunge a situazioni paradossali, quali quella affrontata dal bel film di Paolo Virzì del 2017, dal titolo “Ella e John”, interpretato da un sempre bravo Donald Sutherland (il marito semismemorato ma ancora in forma) e dalla brava Helen Mirren, (la moglie mezzo acciaccata ma lucidissima); è una storia che inizia come avventura per concludersi drammaticamente, col suicidio dei due vecchietti, che preferiscono questa soluzione anziché tornare nella iperprotettiva famiglia del figlio.

Si è tentato di risolvere il problema con le RSA – Residenze Sanitarie Assistenziali, destinate nella generalità dei casi a persone non autosufficienti, o le moderne Case di riposo, dove alloggiano persone almeno parzialmente autosufficienti: un tempo venivano brutalmente chiamate “Ospizi”, e purtroppo questa parola è ancora presente tra il popolino.

E’ da tener presente che nella “mission” del Servizio Sanitario Nazionale è scritto che “è garantita alle persone non autosufficienti e in condizioni di fragilità una assistenza domiciliare costituita da un insieme organizzato di prestazioni mediche, riabilitative, infermieristiche … con l’obiettivo di stabilizzare il quadro clinico…”.

Tutto il pianeta invecchia; oggi nel mondo si contano 868 milioni di persone ultrasessantenni, pari al 12% della popolazione, le proiezioni danno, nel 2050, 2,4 miliardi di anziani, dei quali il 21% saranno ultrasessantenni.

Si calcola che in Italia nel 2030 i non autosufficienti saranno circa 5 milioni, oggi sono 2,9 milioni, dei quali 270 mila anziani sono ricoverati in 7322 tra RSA a Case di riposo, una media di circa 39 ospiti per struttura.

Però tale valore non deve trarre in inganno, perché vi sono RSA, come il Pio Albergo Trivulzio di Milano, che ospitano 620 pazienti, una megastruttura che, nel pieno pandemia dello scorso anno, dovette accogliere anche altri anziani e dove ci furono numerosi casi di decessi per covid-19.

Come sopperire a questa che sta diventando una vera emergenza nazionale, una delle tante?

Esiste l’assistenza domiciliare, ma in questo campo l’Italia, tanto per cambiare, è uno dei fanalini di coda in Europa, in quanto solo il 6,5% riceve una assistenza domiciliare con una media di “18 ore l’anno”.

Il PNRR – Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, appena presentato dall’Italia al Governo dell’UE, destina solo 300 milioni di Euro per la riconversione di parte delle strutture per gli anziani.

Manca, però, una legge organica di intervento, vi sono solo leggi singole che affrontano frammentariamente il problema, come ad esempio, la 104/1992, che consente ai lavoratori di assistere un parente convivente disabile che abbia compiuto i 70 anni, ed altre analoghe.

Per tutte queste ragioni, le organizzazioni del terzo settore e le organizzazioni sindacali che si occupano di anziani e disabili da tempo spingono perché il problema venga radicalmente affrontato e risolto, non tanto con il potenziamento delle strutture pubbliche di accoglienza, ma organizzando l’assistenza domiciliare.

E pure Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la vita e gran Cancelliere del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, si è espresso in tal senso: “L’assistenza agli anziani -ha detto- deve partire dalla loro casa, deve puntare ad essere domiciliare e territoriale”.

A tanti di noi, che purtroppo hanno una certa età, la soluzione del problema interessa, per cui ciascuno di noi, nel proprio ambito, deve sensibilizzare le pubbliche istituzioni a non nascondersi l’emergenza e a venire incontro a quanti soffrono, purtroppo, dei disagi anche economici derivanti dalla attuale precarietà.

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