Qualche settimana fa abbiamo assistito alla prima udienza del processo a carico di Alessia Pifferi, la donna che fece morire la sua bambina, Diana, di soli 18 mesi, di stenti, lasciandola per circa una settimana nella culletta solo con un biberon di latte.

Tante sono le violenze alle quali oggi assistiamo in diretta, dalla invasione della Ucraina da parte dell’esercito russo, alla guerra che l’esercito dello stato di Israele sta conducendo contro le truppe di Hamas, con l’invasione della striscia di Gaza che già ha provocato migliaia di morti e chi sa quanti altri ne causerà;dalle violenze quotidiane ai danni delle donne e di persone deboli e indifese, alle stragi giornaliere  per il desiderio di raggiungere le nostre coste su barconi che affrontano le onde, spesso lasciati in balia di se stessi da trafficanti senza scrupoli.

A tutto ciò siamo in parte immunizzati dal vaccino della ripetitività.

Ma potremo mai immunizzarci da episodi tanto spietati come quello della piccola Diana, del quale l’unico responsabile è la madre che, per rincorrere un sogno di libertà, ha condannato a morte la sua bimba di meno di due anni?

E tutto ciò per passare una settimana con il compagno.

La Pifferi, 38 anni, è in carcere dal luglio di due anni fa, accusata di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, dai motivi abietti e futili e dalla relazione parentale con la piccola vittima.

Ma in tutto questo orrore, ciò che ha sconvolto i telespettatori e il pubblico presente al processo è stato l’atteggiamento quasi impassibile della donna, e le sue dichiarazioni “spontanee” lette in aula, platealmente preparate dal suo difensore, l’avvocato Alessia Pontenani, che è apparsa soddisfatta dello show della sua cliente.

Non sia mai detto che in un paese democratico, forse eccessivamente, come il nostro, nel quale viene perseguita la teoria della pena riabilitativa, venga privato della difesa un accusato, ma ci sentiamo di poterci meravigliare e dissociare dall’atteggiamento di questo avvocato che, con il suo modo di fare, ha sfidato tutti, il pubblico, il P.M., ma principalmente il buon senso e l’umana pietà per quel cadaverino che, prima di morire, aveva mangiato una parte delle mutandine per placare i morsi della fame.

Vien da dire che l’atteggiamento di sfida dell’avvocato è più grave del delitto commesso dalla Pifferi.

 

Dicevamo che mai ci sogneremo di dire che un imputato rimanga senza difesa, ma riteniamo che un avvocato difensore si debba comportare in maniera adeguata non solo al proprio ruolo, ma principalmente ai principi della “pietas” verso le vittime, specialmente se indifese.

Non pochi sono stati, negli ultimi decenni, gli episodi di violenza che hanno provocato la morte di bambini, commessi dalle mamme: ne ricordiamo uno per tutti, quello avvenuto a Cogne, dove Annamaria Franzoni, la mamma del piccolo Samuele Lorenzi, ammazzò a fine gennaio del 2002, il figlioletto con un’arma mai identificata.

Non è stato mai chiarito il motivo di quell’orrendo delitto, come sembra non siano state mai chiarite le condizioni psicofisiche della piccola vittima.

La Franzoni ha sempre negato di essere stata lei l’autrice del crimine, e venne condannata perché gli inquirenti dimostrarono che il sangue del piccolo, sparso un po’ dovunque, era anche sugli indumenti che la madre indossava prima di uscire di casa.

Quel delitto e quel processo accreditarono la tesi della “dissociazione” della donna, intesa come la disconnessione tra taluni aspetti psichici rispetto al restante sistema psicologico di un individuo: si crea una assenza di connessione nel pensiero, nella memoria, e nella identità della persona.

Ciò spiegherebbe il fatto che la Franzoni, nel commettere il delitto, non si sarebbe resa conto di ciò che faceva, il suo pensiero era altrove, e ciò ha fatto maturare in lei la convinzione di non essere stata lei a compiere il figlicidio.

A questo punto, seguendo questa strada, vien da dire che la Franzoni effettivamente non era lei che colpiva il piccolo, non se ne rendeva conto.

Ma nel caso della Pifferi è tutta un’altra storia, perché questa donna, grazie alla collaborazione del suo avvocato, ha cercato di giustificare il suo comportamento con le vessazioni subite durante gli anni precedenti.

Ma nessuna vessazione giustifica una madre che consapevolmente abbandona la sua figlioletta per andare a sfogare i suoi istinti altrove e per tanti giorni.

L’udienza aveva preso il via con le dichiarazioni spontanee della mamma killer: “Non ho mai voluto far del male a mia figlia, non l’ho uccisa, non mi è mai passato per la mente di uccidere mia figlia, non è stata una cosa premeditata. Non sono né un assassina né un mostro, sono solo una mamma che ha perso sua figlia. Se fossi stata curata, sarei oggi ancora con Diana e non in questa situazione”.

Inaudito: e se avesse voluto ammazzare la piccola, cosa avrebbe fatto, l’avrebbe impiccata prima di andarsene?

Pensiamo che bene abbia fatto il suo accusatore, il P.M. Francesco De Tommasi, a chiedere per lei l’ergastolo e provvedimenti nei confronti del suo difensore.

Classe 1941 – Diploma di Ragioniere e perito commerciale – Dirigente bancario – Appassionato di giornalismo fin dall’adolescenza, ha scritto per diverse testate locali, prima per il “Risorgimento Nocerino” fondato da Giovanni Zoppi, dove scrive ancora oggi, sia pure saltuariamente, e “Il Monitore” di Nocera Inferiore. Trasferitosi a Cava dopo il terremoto del 1980, ha collaborato per anni con “Il Castello” fondato dall’avv. Apicella, con “Confronto” fondato da Pasquale Petrillo e, da anni, con “Ulisse online”.

Una risposta a “Mamme?”

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