L’orrore della strage di Pola

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La guerra è sempre orrore, quella tra Russia e Ucraina ne è una conferma, ma di quante altre ci siamo dimenticati, forse perché in 73 anni noi europei e italiani non abbiamo dovuto temere che interessasse direttamente noi, come oggi abbiamo motivo di credere che possa accadere.

O probabilmente quelle di qualche decennio addietro, pure essendo quasi ai nostri confini, sono state considerate più come scaramucce tra etnie rivali che vere e proprie guerre, com’è considerata quella in Ucraina, checché ne dica Putin.

Eppure abbiamo avuto episodi di terribili efferatezze, come, ad

esempio, l’assedio di Sarajevo del 1992, durato circa quattro anni, e il collegato massacro di Srebrenica del luglio 1995, più di 8300 vittime, scientificamente trucidate.

Il titolo di questa ricostruzione storica dovrebbe essere diverso, sarebbe più corretto parlare della “Strage di Vergarolla”, che è una località marina di Pola; ma Vergarolla è pressoché sconosciuta, preferiamo perciò parlare di Pola, città nota, distante appena 120 km da Trieste.

Prima di addentrarci nella descrizione storica del tragico episodio è opportuno inquadrare il contesto storico nel quale si inserisce.

Negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale i territori a cavallo dell’allora confine orientale italiano furono al centro di una disputa ad un tempo stesso nazionale e politica, ennesimo atto di un secolare conflitto fra italiani e slavi.

Tra 13 settembre e il 30 novembre 1943 ci furono tre decisioni importanti per il futuro dei numerosi italiani residenti in quella zona, prese dal Comitato Popolare di Liberazione (CPL) dell’Istria, formalmente composto da croati e italiani della regione, ma dominato completamente dai croati, che proclamò l’annessione della regione alla Croazia, decisione confermata dallo “ZAVNOH – Zemaljsko antifašističko vijeće narodnog oslobođenja Hrvatske – Consiglio territoriale antifascista di liberazione nazionale della Croazia” e poi dall’ “AVNOJ (Antifašističko vijeće narodnog oslobođenja Jugoslavije – Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia”.

Parallelamente un’assemblea popolare slovena proclamò l’annessione del Litorale sloveno, intendendo una parte dell’antico Litorale austriaco, comprendente Gorizia, la costa fino a Grado, Trieste e l’Istria nord-occidentale.

Al termine delle ostilità, i territori in questione furono l’oggetto di una delle maggiori contese politico/diplomatiche del dopoguerra.

Inizialmente erano stati occupati quasi per intero dall’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, ma il 9 giugno 1945 vennero divisi in due zone – A e B – separate da un confine chiamato “Linea Morgan”.

All’interno della zona A, l’amministrazione militare sarebbe dipesa dalle forze angloamericane, mentre le forze armate jugoslave avrebbero amministrato militarmente la zona B.

La città di Pola venne inclusa nella zona A, divenne un enclave circondato dal territorio della zona B.

All’epoca Pola era la più grande città istriana a maggioranza italiana, in larga parte contraria all’annessione alla Jugoslavia.

Questo stato di cose – secondo gli accordi fra Angloamericani e Jugoslavi – sarebbe stato modificato in seguito alle trattative di pace.

Ciò creò di fatto una situazione del tutto particolare, essendo garantita a Pola, a differenza del resto dell’Istria, la libertà di espressione dei propri sentimenti nazionali, e la pubblicazione di stampa non controllata dal Partito Comunista Jugoslavo e perfino una certa libertà di organizzazione di manifestazioni politiche pubbliche, sempre sotto il controllo delle forze militari angloamericane.

Ma l’accerchiamento di quella enclave da parte dell’esercito Jugoslavo era un dato di fatto rilevante.

Purtroppo in quel periodo tutta l’Istria era rivendicata dalla Jugoslavia di Tito, che l’aveva occupata fin dal maggio 1945, mentre Pola invece era amministrata dalle truppe britanniche a nome e per conto degli Alleati, ed era quindi l’unica parte dell’Istria al di fuori del controllo jugoslavo.

Vergarolla (o anche Vergarola com’e chiamata dai Croati) è una località marina, facente parte della città di Pola, dove c’è una grande spiaggia, ambita dai bagnanti.

La domenica del 18 agosto 1946 la spiaggia era molto affollata, da famiglie intere che cercavano refrigerio alla calura estiva.

Quel giorno su quel tratto di mare si sarebbero dovute tenere le tradizionali gare natatorie per la Coppa Scarioni, organizzate dalla società dei canottieri “Pietas Julia”: la manifestazione sportiva aveva l’intento di mantenere una parvenza di connessione col resto dell’Italia, e il quotidiano cittadino “L’Arena di Pola” aveva reclamizzato l’evento come una sorta di manifestazione di italianità. Si può ben comprendere come la spiaggia fosse gremita di bagnanti, tra i quali molti bambini.

Ai bordi dell’arenile erano state accatastate, secondo la versione più accreditata, ventotto mine antisbarco, per un totale di circa nove tonnellate di esplosivo, ritenute inerti in seguito all’asportazione dei detonatori.

I documenti delle indagini della Corte Militare di Inchiesta, conservati negli archivi di Londra, e recentemente utilizzati per la prima volta nel volume dello storico Gaetano Dato dedicato alla strage, parlano invece di 15-20 bombe antisommergibile tedesche, accompagnate da tre testate di siluro, quattro cariche di tritolo e cinque fumogeni.

Alle 14,15 l’esplosione di questi ordigni uccise diverse decine di persone. Alcune rimasero schiacciate dal crollo dell’edificio della “Pietas Julia”.

Secondo le rivelazioni di Dato, basate sui documenti della polizia alleata, della corte militare di inchiesta, dei cimiteri di Pola e dell’anagrafe di Pola, i morti identificati furono 65, ma i resti ritrovati corrispondevano a 109 o 110 o 116 cadaveri, e 211 furono i feriti, fra i quali qualche militare britannico. Quasi un terzo erano bambini o avevano meno di 18 anni. Ci furono anche cinque anonimi dichiarati dispersi.

Il boato si udì in tutta la città e da chilometri di distanza si vide un’enorme nuvola di fumo. I soccorsi furono complessi e caotici, anche per il fatto che alcune persone erano state letteralmente “polverizzate”; questa è una delle cause per cui non si riuscì a definire l’esatto numero delle vittime, tuttora controverso.

L’ospedale cittadino “Santorio Santorio” divenne il luogo principale della raccolta dei feriti: nell’opera di assistenza medica si distinse in particolar modo il dottor Geppino Micheletti (nella foto accanto), che nonostante avesse perso nell’esplosione i figli Carlo e Renzo, di 9 e 6 anni, oltre al fratello e alla cognata, per più di 24 ore consecutive non lasciò il suo posto di assistenza.

Le responsabilità dell’esplosione, la dinamica e perfino il numero delle vittime sono tuttora fonte di accesi dibattiti. L’inchiesta delle autorità inglesi stabilì che “gli ordigni furono deliberatamente fatti esplodere da persona o persone sconosciute”.

Il consiglio comunale di Pola si radunò d’urgenza e inoltrò una protesta formale al comando supremo alleato del Mediterraneo, all’ammiraglio Ellery Stone, capo della Commissione Alleata di Controllo a Roma, al Comando del Corpo al quale appartenevano le truppe di stanza a Pola, al Colonnello dell’AMGVG – Allied Military Government Venezia Giulia – Governo Militare Alleato della Venezia Giulia” di Trieste e dell’ “Area Commissioner” di Pola, per stabilire le responsabilità della strage

.”L’Arena di Pola” titolò a tutta pagina “Pola è in lutto”, e scrisse: “Non è finita la guerra. Lutti che si rinnovano, bare che si compongono in lunga fila, lamento di feriti che riempiono ancora le corsie degli ospedali. Un martirio che poche città hanno conosciuto!”.

L’intera città partecipò ai funerali, tanto che si dovettero organizzare due diversi cortei funebri. Tutti gli stabilimenti, gli uffici ed i negozi rimasero chiusi in segno di lutto.

Le esequie furono celebrate da Raffaele Mario Radossi, Vescovo di Parenzo e Pola, che durante l’omelia disse: “Non scendo nell’esame delle cause prossime che hanno determinato un simile macello; io rimetto tutto al giudizio di Dio …al quale nessuno potrà sfuggire nell’applicazione tremenda della sua inesorabile giustizia”.

In apertura abbiamo fatto cenno ad altre efferatezza più recenti, consumatesi a poca distanza da noi, come, ad esempio, l’assedio di Sarajevo, e il collegato massacro di Srebrenica del luglio 1995, più di 8300 vittime trucidate, sul quale vogliamo fare un ulteriore accenno.

Il  massacro di Srebrenica è stato un genocidio di oltre 8300 ragazzi e uomini musulmani bosniaci, avvenuto nel luglio 1995 nella città e nei suoi dintorni, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina.

La strage fu perpetrata da unità della Repubblica Serba, guidate dal generale Ratko Mladić, con l’appoggio del gruppo paramilitare degli “Scorpioni”, in quella che al momento era stata dichiarata dall’ONU come zona protetta e che si trovava sotto la tutela di un contingente olandese dell’UNPROFOR.

I fatti avvenuti a Srebrenica in quei giorni diedero una svolta decisiva al successivo andamento del conflitto.

Una sentenza della Corte internazionale di giustizia del 2007, nonché diverse altre del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY), hanno stabilito che il massacro, essendo stato commesso con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico dei bosniaci, costituisce un “genocidio”.

Tra i vari condannati, ricordiamo in particolare Ratko Mladić e Radovan Karadžić, all’epoca presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, condannati in due momenti diversi, il primo all’ergastolo ed il secondo a 40 anni di reclusione. La Corte penale internazionale dell’Aia ha poi applicato la pena dell’ergastolo anche a Karadžić.

Perché la gente non dimentichi.

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