LGBTQ e lo Stonewall

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L’acronimo LGBTQ è composto dalle iniziali di cinque termini che, sebbene non molto usati, sono costantemente presenti nella realtà odierna: Lesbica; Gay; Bisessuale; Transgender, Queer o Questioning.

E’ in uso dagli anni novanta, e fa seguito, integrandolo, il precedente acronimo LGB, al quale l’evoluzione dei generi fece aggiungere la T di Transgender e la Q di Queer.

Non sembri una stranezza il trattare un argomento tanto delicato quanto diffusissimo, anche se molti ancora di nascosto parlano di queste peculiarità che distinguono tante persone e che ci fanno assistere a fenomeni che solo chi non vuol vedere non vede; anche perché la nostra società, parlo di quella italiana, è come sempre condizionata dalla presenza incombente del Vaticano il quale, sebbene sia uno Stato a se stante, è generoso di ingerenze nel nostro Paese; ingerenze a volte positive, ma tante altre volte negative.

Per fortuna, a fronte delle difficoltà di scrollarci di dosso tali ingerenze, il nostro paese sembra essersi affrancato da molti dei vecchi condizionamenti, che sempre meno sembrano influire anche nel campo della politica, essendo in via di estinzione quella classe di parlamentari che, rigidamente ispirata ai principi più ortodossi della Chiesa, hanno per decenni condizionato le aperture, prima timide, poi sempre più accentuate, verso problemi e realtà che non si può più fare finta di ignorare. Una di queste è la problematica del sesso, dei generi e delle mutazioni e transizioni da uno all’altro.

E per non correre il rischio di essere accusati da qualche “purista” di pulsioni pruriginose, andiamo a definire con spiegazioni rigorosamente scientifiche,  pure se divulgative, i termini di cui all’acronimo LGBT.

Lesbica è il sinonimo di “donna omosessuale”, vale a dire di una donna che ha piacere a stare prevalentemente con altra donna. Esiste, in verità, anche il termine “lesbico” al maschile, derivante da Lesbo, antica isola greca del Mare Egeo, che fu patria di Alceo e di Saffo, celebri rappresentanti dell’antica lirica eolica, un particolare modo di poetare che si differenziava da quello comune; l’isola accumunava appunto Alceo e Saffo nell’amore omosessuale, in passato attribuito ai due generi; ma oggi il termine è inteso quasi esclusivamente al femminile, in quanto il corrispondente del genere maschile è Gay, dal quale deriva la seconda lettera dell’acronimo che, sebbene all’origine stia a significare allegro, gaio, è usato quasi esclusivamente per indicare lo stato dell’ omosessualità maschile.

La lettera B, terza dell’acronimo, significa “bisessuale”, attribuito a chi ha i caratteri e quindi anche l’aspetto, le tendenze, il comportamento di entrambi i sessi, e che sente attrazione per ambedue. Tecnicamente il termine viene attribuito anche all’ermafrodita, vale a dire una persona che è dotata di entrambi gli organi sessuali.

E veniamo alla penultima lettera, la T, con la quale inizia “transgender”, termine che sta a significare uno stato di transizione, di viaggio, da una parte ad un’altra, da un genere all’altro, che sia maschile verso quello femminile o viceversa. Per estensione identifica anche in modo transitorio o persistente un genere diverso da quello assegnato anagraficamente alla nascita.

L’ultima lettera, la Q, che sta per “queer – strano/a – eccentrico/a” o “questioning – interrogativo”, identifica un “diverso”, una persona probabilmente in bilico tra il genere maschile e femminile, e che ancora si interroga su dove debba collocarsi e in quale genere identificarsi.

Abbiamo introdotto questo pezzo facendo riferimento a una specie di pudore, di difficoltà a parlare di omosessualità, di transessualità o bisessualità, o diversità in genere, difficoltà e pudore che se oggi, nonostante la liberalizzazione, talvolta eccessiva, dei costumi, ancora fa un certo scalpore, immaginiamo cosa dovesse essere molti decenni fa, quando i fenomeni di cui parliamo, sebbene più circoscritti e meno evidenti di adesso, comunque esistevano, ma di essi non si parlava, anche perché la popolazione era molto meno colta e i pochi che avevano la possibilità di comprenderli, avevano difficoltà a parlarne sia per il contesto nel quale si viveva, sia perché nella maggior parte dei casi quegli argomenti venivano falsamente classificati come pornografia.

E pensare che, ad esempio, uno dei primi casi storicamente accertati di transessualità fu quello di Lili Elbe Elvenes, nata in Danimarca il 28 dicembre 1982 nata biologicamente uomo col nome di Einar Mogens Andreas Wegener, che si sottopose ad intervento chirurgico di trasformazione in donna, identificandosi così come donna transessuale. La storia diede origine, alla fine del 2015, al bel film “The Danish Gyrl”, che venne recensito anche su questo giornale nel marzo 2016.

Ma il percorso per giungere alla liberalizzazione dai tabù che gravavano sull’argomento sesso e genere non è stato né facile né indolore, laddove si pensi che ancora oggi manifestazioni di piazza, spesso peraltro discutibili, come i “gay-pride” vengono viste come puro folclore e non interpretate come esigenza di minoranze di affermare la loro esistenza e i loro diritti derivanti dal fatto di essere cittadini indipendentemente dal loro genere e dalle loro preferenze sessuali, o che manifestazioni affettive di baci in pubblico tra due giovani vengono ancora viste con grande imbarazzo e commiserazione, e spesso violentemente censurate, nonostante anche in Italia le leggi si siano adeguate a tali nuove forme di unione.

Dal che non si vuole sostenere che tutto sia eticamente lecito, come ad esempio il “diritto” di una coppia formata da due donne o da due uomini di mettere al mondo, direttamente o per interposta persona, dei figli, cosa che, nonostante in parte consentito dalla legge, investe più che altro la sensibilità di chi tali decisioni adotta, che, per momentaneo egoismo, possono creare i presupposti di rendere infelice l’essere umano concepito diversamente dal congiungimento di un uomo con una donna.

Indubbiamente sono stati fatti passi da gigante verso la liberalizzazione sessuale, ma cinquant’anni fa, per andare ad una data storica, non era così, anzi gli omosessuali in molti paesi venivano considerati ammalati eventualmente da curare con interventi più o meno cruenti e spesso invasivi; comunque erano persone da emarginare, bandire dalla comunità, e, in molti casi, da perseguitare, com’è sempre stato per i “diversi”.

Uno degli avvenimenti rimasto negli annali storici fu quello che si verificò cinquant’anni fa nella città di New York, identificato come la “Liberazione dello Stonewall” che può essere considerato la genesi di tutti i movimenti di liberalizzazione nati successivamente.

Lo Stonewall-inn era un misero bar ubicato nel Greenwich Village di New York, in Christopher Street, noto per essere uno dei punti di ritrovo e aggregazione della comunità omosessuale dell’epoca, il quale, pure se era molto frequentato specialmente dai gay, ma anche da lesbiche, era comunque nel mirino della polizia newyorkese.

Era l’epoca in cui le leggi non ammettevano i gay, e meno che mai gli incontri tra gli stessi, e per tale motivo la polizia non andava troppo per il sottile nelle violenze, a volte sadiche, che avvenivano quasi quotidianamente, e che la comunità omosessuale aveva sempre subito senza ribellarsi.

Il locale non godeva di buona reputazione anche perché il proprietario era un elemento legato alla famiglia mafiosa dei Genovese, ma questo era un punto di vantaggio per i frequentatori in quanto la mafia non aveva alcun interesse a impedirne la frequenza, anzi aveva l’interesse opposto di fare in modo che tutto filasse liscio: “business is business – gli affari sono affari” e per questo motivo il bar faceva di tutto per passare inosservato, specie alle forze dell’ordine, le quali comunque lo tenevano nel mirino e lo perseguitavano.

Il locale venne dunque trasformato in un bar per omosessuali e lesbiche, e venivano pagate anche tangenti alla polizia per poterlo mantenere aperto; in esso veniva consentito che ballassero anche coppie di gay e lesbiche, nel mentre in altri locali una coppia diversa da un maschio e femmina veniva arrestata.

Ma la notte del 27 giugno 1969 qualcosa cambiò, in quanto all’ennesimo intervento violento della polizia newyorkese, i frequentatori dei bar si ribellarono in maniera violenta, contrastando con durezza la violenza dei poliziotti, tant’è che questi ultimi, presi in contropiede, per difendersi dovettero rifugiarsi e asserragliarsi all’interno del locale che la folla tentò di assaltare.

Iniziò quella notte una rivolta che durò quattro giorni, e che da New York poi si estese a tante altre città americane, per la rivendicazione della parità di diritto con gli altri cittadini.

Non si sa bene chi o cosa fece innescare la miccia: molti raccontano di un “rastrellamento di gay, lesbiche, transessuali e travestiti da parte della polizia: non era ammissibile, a quei giorni, vedere uomini “travestiti” da donne e viceversa; sembra che che una donna ammanettata abbia urlato agli altri, “perché non fate niente?”; poi entrò in scena Sylvia Rivera, una transgender che avrebbe urlato “it’s a revolution – è una rivoluzione” lanciando una bottiglia contro un poliziotto: diventò il simbolo dei moti e dei duri e violenti scontri che proseguirono per quattro giorni e quattro notti.

Da allora la comunità LGBTQ diventò un vero e proprio movimento e si organizzò per la rivendicazione dei diritti dei “sessualmente diversi”, che, sebbene con grandi difficoltà, ha poi portato a una serie di leggi che hanno riconosciuto a questi “diversi” non solo parità di diritti, ma anche la possibilità di esprimersi nelle piazze e farsi pubblicamente vedere per ciò e come sono.

La liberalizzazione ha comportato la emanazione di leggi che consentono, ad esempio, ad una persona, nata e registrata come appartenente ad un genere, di poter ottenere il riconoscimento anche anagrafico dell’altro genere. Ciò non è irrilevante; pensiamo, ad esempio, a una persona registrata come uomo che ha fatto un percorso anche terapeutico per diventare donna, assumendo un aspetto totalmente femminile; oggi questa persona può anche anagraficamente avere il riconoscimento della sua femminilità, indipendentemente dal fatto di rimanere fisicamente integra (nel senso di non aver subito interventi chirurgici che gli cambiassero il sesso); evita, in tal modo, di dover fornire, a volte in pubblico, la giustificazione del motivo per il quale la carta di identità la classifica come maschio mentre il suo aspetto è di femmina.

Per tutti questi motivi la data del 27 giugno appena trascorsa, cinquantenario dello “Stonewall”, quest’anno è stata celebrata con particolare rilievo dagli appartenenti agli LGBTQ.

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