Le storiacce: Jack lo squartatore

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Il ritrovamento del cadavere di una donna ammazzata da Jack lo squartatore

Questa di “Jack lo squartatore” non è una storia meno truculenta di quella della “Saponificatrice”, pubblicata qualche giorno fa, probabilmente è solo più lontana da noi, sia come tempo che come luoghi.

Siamo a Londra nel 1888, nel degradato e violento quartiere di Withechapel (Cappella bianca), teatro di misteri, loschi traffici, prostituzione e orrendi delitti dei quali rimasero vittime proprio le donnine che, per sbarcare il lunario, vendevano le loro grazie.

Gli omicidi si verificarono dal 31 agosto al 9 novembre 1888, periodo durante il quale vennero ammazzate cinque prostitute (quelle ufficialmente accertate, ma si sospetta che numerose altre abbiano fatta la stessa fine prima e dopo), bersagli di un misterioso assassino seriale, che venne chiamato “Jack lo squartatore – Jack The Ripper”, che per oltre un secolo non si riuscì a individuare, nonostante l’impegno della polizia, in verità all’epoca non particolarmente brillante.

L’assassino colpiva le sue vittime con una lunga lama molto tagliente, e poi infieriva sui loro corpi per asportarne organi interni, parte dei quali venivano rinvenuti sia accanto alle vittime che nei loro miserabili tuguri.

Qualche sera fa su Rai 4 è stato trasmesso un accattivante e cupo film diretto dai fratelli Albert e Allen Hughes, interpretato da un fascinoso Johnny Depp nel ruolo dell’Ispettore di Scotland Yard Frederick Abberline il quale si impegna fino alle estreme conseguenze per individuare e acciuffare il misterioso assassino e, nel corso delle indagini, si invaghisce di una delle prostitute, possibile ulteriore vittima, la quale, fortunatamente, riuscirà a sfuggire alla morte.

Il film racconta una storia piuttosto fantastica, tratta dal romanzo “From Hell – Dall’inferno” di Alan Moore e Eddie Campbell, che non è affatto aderente alla realtà dei fatti; infatti il libro dal quale è tratto racconta di come i delitti facessero parte di una cospirazione riguardante la nascita di un figlio illegittimo del principe Alberto Vittorio, fra l’altro sifilitico, tirando in ballo la Regina, tutta la corte reale, la Massoneria, riti esoterici e tanto altro; ma la ricostruzione è considerata poco attendibile dallo stesso coautore Moore che, in appendice ha scritto di non aver voluto prendere i fatti alla lettera, ma di considerare la storia come un interessante punto di partenza per il suo racconto immaginario, e l’impatto avuto sulla società dell’epoca.

C ‘è anche da dire che, incredibilmente, la tanto nota e celebrata polizia inglese, all’epoca non teneva in gran conto le scene dei crimini, tant’è che, nonostante già allora esistessero i primi esemplari di macchine fotografiche, non fotografava luoghi, cadaveri e oggetti circostanti, e solo lo scrupolo dei poliziotti indagatori faceva che si ricavassero i disegni di ciò che si vedeva: anzi sembra che gli stessi importanti personaggi del Dipartimento di giustizia proibissero, in alcuni casi, di scattare foto, probabilmente perché volevano avere mano libera per eventuali manipolazioni delle ricostruzioni.

Ma cosa ancora più incredibile è che gli archivi di Scotland Yard dell’epoca sono andati quasi totalmente persi, per cui la ricostruzione dei fatti è stata possibile, a posteriori, solo tramite i giornali dell’epoca che fedelmente riportano date, fatti e circostanze.

Ma, sebbene all’epoca non fu possibile individuare il serial-killer, la individuazione del famoso e famigerato “Jack lo squartatore” è stata fatta dopo oltre un secolo anche grazie ad approfondite indagini scientifiche eseguite su tracce di Dna.

Ma prima di venire ai risultati recenti, cerchiamo di vedere quali furono le cinque vittime accertate, tutte miserabili donnine che esercitavano la prostituzione per pochi spiccioli per poter sopravvivere.

Il 31 agosto 1988, alle prime ore del mattino, venne trovato il corpo martoriato di Mary Ann Nichols di 43 anni. La vittima presentava la gola recisa fin quasi alla decapitazione, il taglio intaccava le vertebre del collo e aveva decine di ferite sul ventre, dalle quali fuoriusciva parte dell’intestino; gli organi genitali presentavano gravissime lesioni da taglio.

Il fatto che sul corpo della Nichols e delle altre vittime venissero eseguiti orrendi scempi con asportazione di organi interni lasciò suppore che l’assassino fosse pratico di autopsie, o che comunque avesse dimestichezza con tecniche di evisceramenti, e che, quindi, oltre ad usare una lunga e acuminata lama, utilizzasse anche strumenti chirurgici adeguati.

La seconda vittima fu Annie Chapman, di 47 anni, il cui corpo venne trovato l’ 8 settembre 1888 nel cortile del fabbricato al n. 29 di Hanburg Street. Gola squarciata e testa quasi recisa dal busto, il ventre era stato aperto e gli intestini erano appoggiati sulla spalla, l’utero e la vescica erano stati asportati. Ai suoi piedi c’erano alcune monete e un foglio insanguinato datato 20 agosto 1888.

Vennero poi scoperte tracce di sangue che porobabilmente aveva lasciato l’assassino portandosi via gli organi della vittima.

Il 30 settembre 1888 venne ritrovato il corpo della terza vittima, Elizabeth Stride, di 44 anni; all’una di notte un cocchiere lo scoprì, la vittima presentava solo una profonda ferita alla gola, ma il suo corpo non era stato martoriato, e la polizia sospettò che l’arrivo del cocchiere avesse distolto l’assassino dal consueto macabro rituale.

Ma lo stesso giorno venne trovato, poco distante, un altro cadavere, quello di Catherine Eddowens, di 46 anni.

La poveretta, oltre ad essere stata quasi decapitata, era stata sottoposta ad un allucinante martirio: il volto era completamente sfigurato e irriconoscibile, il naso e il lobo dell’orecchio sinistro e la palpebra dell’occhio destro, erano stati asportati; sul volto sfigurato un taglio a V e numerosi tagli sulle labbra, profondi al punto da aver scoperto le gengive. Il corpo era stato poi sventrato con un unico taglio dall’inguine alla gola, gli intestini poggiati su una spalla, il fegato tagliuzzato, il rene sinistro e i genitali portati via.

La Polizia pensò che lo squrtatore, non avendo avuto il tempo di accanirsi sul cadavere dell’altra vittima, avesse sfogato la sua bestiale ferocia sulla Eddowens.

L’ultima vittima, trovata morta il 9 novembre 1888, fu Mary Jane Kelly, venticinquenne, era stata l’unica ad essere stata ammazzata all’interno della sua stamberga, al numero 13 di Miller’s Court, vicino a Spitalfields Market.

Probabilmente questo omicidio fu il più terribile: gola squarciata, viso gravemente mutilato e irriconoscibile, il petto e l’addome aperti, molti organi interni erano stati rimossi, il fegato giaceva tra le gambe e l’intestino era arrotolato sulle mani, i muscoli che ricoprivano gli arti erano stati asportati, il cuore disposto come un macabro trofeo. Qualcuno testimoniò che aveva sentito la donna urlare alle quattro del mattino.

Queste le cinque vittime accertate, ma sembra che altre siano state “sacrificate” da Jack lo squartatore, sia nei mesi precedenti sia in quelli successivi, soltanto che la polizia non è mai riuscita ad attribuirle ad esso.

Il 28 dicembre 1887 era stato trovato il cadavere di una sconosciuta, mai identificata; il 3 aprile 1888 Emma Elizabet Smith, vedova 45.enne, era stata aggredita, brutalmente percossa e stuprata, e sarebbe morta qualche giorno dopo per le lesioni riportate; il 6 agosto 1888 venne trovato il cadavere di Marthe Tabram, prostituta di 39 anni, con numerose ferite e decine di lesioni interne; il 20 dicembre 1988 venne trovato il cadavere di Rose Mylett, con 39 ferite.

L’anno successivo, 1889, vennero commessi altri due assassini, il primo il 17 luglio quando venne trovato il corpo di Alice McKeìnzie, una prostituta quarantenne, gola squarciata e numerose mutilazioni; il 10 settembre 1889 fu trovato un tronco femminile, ma la vittima non venne mai identificata.

Il 13 febbraio 1891 fu trovato il corpo della 26.enne Frances Coles, ammazzata col consueto rituale; venne ritrovata ancora in vita, per questo motivo l’agente non poté inseguire l’assassino che scappava, la poveretta sarebbe morta qualche ora dopo.

Il criminale seriale non solo compiva quegli orrendi delitti, ma si divertiva anche a stuzzicare la polizia, con messaggi scritti nei quali, oltre a confermare di essere proprio lui l’autore dei delitti, ne annunciava altri preannunciando anche gli scempi che avrebbe compiuto, e sfidava la polizia a trovarlo.

Quindi un assassino e un mitomane che godeva non solo degli orrendi delitti commessi, ma anche di fare impazzire la polizia che brancolava nel buio.

Dicevamo che in quegli anni la polizia non riuscì a risalire all’assassino, la cui identità sembra definitivamente e appurata solo alcuni anni fa: l’assassino seriale sembra sia stato l’immigrato polacco Aaron Komimski, un barbiere di 23 anni, che sarebbe stato individuato grazie ad un campione del Dna conservato dall’epoca degli omicidi e confrontato con altro che lo stesso avrebbe lasciato quando, nel 1899, rimase vittima di una cancrena che lo portò alla tomba.

La notizia venne divulgata nel settembre 2014 (126 anni dopo il primo delitto) dalla Rai, e confermata nel 2019 dal giornale Focus.

Ma già all’epoca dei delitti l’Ispettore capo di Scotland Yard Donald Swanson, al quale erano state affidate le indagini, aveva scritto tra i suoi appunti che il maggiore sospettato era proprio il polacco, e il suo assistente capo, Sir Melville Macnaghten, aggiungeva che il Kominski nutriva un grande odio per le donne e aveva forti tendenze omicide.

Nel 2018 l’autorevole il mensile Focus pubblicò un dettagliato servizio giornalistico nel quale faceva riferimento alle ricerche eseguita da David Miller, ricercatore della Università londinese di Leeds, e da Jari Louhelainen, docente di biologia molecolare presso la Liverpool John Moores University, usando proprio i campioni di Dna trovati sulle scene dei crimini e miracolosamente salvatisi.

Ma sembra che l’esame del Dna non abbia del tutto convinto lo “Smithsonian Institute”, uno dei più autorevoli istituti di ricerca del mondo, il quale ha confutato i risultati dei due ricercatori britannici David Miller e Jari Louhelainen, con una serie di argomentazioni scientifiche che metterebbero in dubbio l’attendibilità delle analisi dopo tanti anni.

Ma quale che sia l’epilogo di questa macabra storia un fatto è certo: in ogni epoca vi sono stati assassini seriali, e tanti di essi sono riusciti a farla franca, e non è il caso di scandalizzarsi più di tanto se anche ora, nonostante sofisticate tecniche investigative e esami di laboratorio, qualcuno ancora sfugge alla giustizia.

Vien da chiedersi: ma la verità giudiziaria quante volte corrisponde a quella reale?

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