L’autonomia differenziata

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Si è tenuto martedì 26 novembre a Salerno, il convegno dal titolo  “Autonomia differenziata: quali conseguenze per Scuola, Sanità ed Enti locali del Mezzogiorno?”, che avevamo anticipato su questo giornale il giorno prima.

L’importante incontro si è tenuto presso la redazione del Quotidiano del Sud, fondato dal giornalista salernitano Andrea Manzi, ex Direttore de “La Città”, che è stato anche il moderatore dei lavori, ed ha visto la partecipazione del professore Massimo Villone, docente emerito di Diritto Costituzionale dell’Università di Napoli Federico II e Senatore nella 13^, 14^, 15^ e 16^ legislatura, tutt’ora impegnato politicamente tant’è che è anche promotore del Coordinamento Nazionale contro qualsiasi ipotesi di autonomia differenziata.

L’intervento conclusivo del Prof. Villone è stato preceduto dagli interventi di Stefano Greco, del Coordinamento provvisorio contro l’Autonomia, di Salvatore Raimondi, del Tribunale dei diritti del malato, di Dina Balsamo, insegnante, e di Gianpaolo Lambiase, Consigliere del comune di Salerno.

L’interessante convegno, ha fatto emergere tutte le negatività che comporterà l’eventuale approvazione della legge sulla differenziazione dell’autonomia.

L’autonomia differenziata è stata chiesta da tre Regioni del nord, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, e inciderebbe pesantemente su tre settori di grande importanza per la coesione del paese, quello della Sanità, della Scuola e del Lavoro.

Dal convegno sono emerse considerazioni che il grosso pubblico non conosce, ma che sono fondamentali per comprendere come e perché ci si avvia verso una ulteriore differenziazioni tra nord e meridione, voluta da forze politiche trasversali tra le quali anche il PD che si aggiunge alla Lega di Salvini e a partiti dello schieramento di destra.

L’introduzione dell’autonomia andrebbe ad istituzionalizzare ed aggravare le differenze già notevoli esistenti in alcuni settori del nostro paese, come quello della Sanità, giacché, autonomia o no, il fenomeno della fuga degli ammalati dalle strutture sanitarie meridionali a quelle settentrionali, certamente più efficienti, sta a dimostrare le differenze già esistenti; da tale fenomeno le regioni meridionali hanno un doppio danno, prima quello di dover pagare a quelle del nord le spese per le cure, che si aggiunge all’inferiore trasferimento dal governo centrale delle risorse economiche necessarie perché, anche al sud, la sanità possa avere uno standard più elevato.

E, in tema di sanità, la politica, sia centrale che locale, aggrava la situazione consentendo sperperi inammissibili, uno per tutti l’idea di costruire a Salerno un nuovo grande complesso ospedaliero, in sostituzione del Ruggi D’Aragona, il cui costo è stimato in 360.milioni di Euro, nel mentre, se si volesse rendere più efficiente quello già esistente, si spenderebbero “solamente” 80.milioni per ammodernamento delle strutture e l’acquisto delle apparecchiature. Ci si chiede a chi gioverebbe un tale sperpero se l’idea venisse realizzata.

Una interessante comparazione, a sostegno degli sperperi che vengono consentiti, è stata fatta tra le città di Modena e di Salerno, e dal raffronto sono emersi elementi preoccupanti.

Modena conta 180 mila abitanti su un territorio doppio rispetto a quello di Salerno, e per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti sono impiegati 300 addetti.

Salerno, invece, conto 130 mila abitanti, un territorio metà rispetto a quello modenese, ma per la raccolta e smaltimento dei rifiuti sono impiegati 600 addetti; Salerno ha anche l’altro triste primato di essere la seconda città più cara d’Italia per la Tari.

Purtroppo, queste considerazioni alla fine vanno a sostegno proprio delle Regioni che chiedono maggiore autonomia, giacché convalida la convinzione che non è con maggiori risorse che si risolvono i problemi di bilancio, ma solo con una minore ingerenza della politica e soprattutto una maggiore efficienza organizzativa.

Anche per la Scuola esistono grandi disfunzioni legate principalmente alla provenienza del corpo docente, prevalentemente meridionale, ed ai servizi che la scuola rende nelle regioni del nord, raddoppiati rispetto a quelli erogati al sud; semplice esempio è l’orario prolungato di cui godono gli studenti al nord, che contrasta con il solo orario antimeridiano di quelli meridionali; inoltre la popolazione scolastica settentrionale è maggiore di quella del sud ed è comprensibile come i docenti, al nord, siano maggiormente impegnati.

Al sud c’è sempre stata l’aspirazione al posto fisso statale, e quale migliore sistemazione che fare il docente, sopportando pure il sacrificio iniziale di trasferirsi al nord, e cercando di rimanerci il meno possibile?

E’ notorio che le possibilità di lavoro al nord sono sempre state maggiori rispetto al sud, e anche per tale motivo nelle regioni settentrionali non c’è mai stata la corsa a diventare “professori”, ma la carenza non si è avvertita proprio perché sopperita con la maggiore offerta dei professori meridionali. E quindi dei circa 48 miliardi della spesa dei docenti i destinatari più numerosi sono proprio quelli meridionali, che ora hanno sempre più difficoltà a tornare al sud proprio per le predette carenze in termini di servizi e orari.

E’ palese che il discorso non può esaurirsi su queste semplici, probabilmente semplicistici, elementi in quanto la realtà è molto più complessa di quanto appare, ma già questi sono elementi che fanno riflettere e che approfondiremo in seguito. (1 – segue)

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