L’Abitudine (cattiva) della Cattiva Narrazione

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foto Angelo Tortorella

Le abitudini sono come le case. Chiudiamo la porta, il mondo sta fuori, e ci sentiamo, infantilmente, più sicuri. Come, anche, quelle sicurezze, in termini di conoscenze e credenze, che, ancestrali anche, ci portiamo dentro da quando siamo nati senza mai scoprire il bisogno di metterle in discussione.

Ci fanno sentire protetti e, sempre infantilmente e anche illusoriamente, capaci di affrontare un mondo che ci cambia sotto i piedi.

Ma, appunto, come le case, a volte le abitudini, quelle cattive, ci intrappolano in giri mentali che non riusciamo ad evitare. Fanno apparire tutto quello che ci sta di fronte, il nostro modo di pensare come assolutamente sicuro e da difendere a ogni costo.

E così ci bloccano, fermano ogni movimento e ogni volontà di vedere qualcos’altro che, magari, effettivamente esiste e va vissuto e, quindi, raccontato.

Sfogliando i quotidiani, per esempio, a volte si ha l’impressione di trovare solo e soltanto fatti che raccontano “abitudini cattive”, fatti di cronaca nera, ruberie, angherie, arretratezze, misfatti e condanne (giuste o meno). Pare quasi che non ci sia spazio per raccontare qualcos’altro, qualcosa che sia positivo, un elemento, anche solo uno che faccia sorridere e pensare che per fortuna il mondo alla fine non è del tutto malvagio.

Si deve faticare, con la carta stampata, a trovare una bella notizia – semplicemente intendendo una notizia capace di dare buon umore rispetto al mondo in cui si sta.

La domanda, come diceva qualcuno, nasce spontanea,: possibile che succedono solo cose brutte?

Nessuno, ovviamente, ha colpa. Ma, Tutti quanti si.

Le notizie cattive, lo sappiamo, hanno le gambe lunghe. Lunghissimissimissime nel nostro Bel Paese dove il tragicomico, forse per tradizione culturale Classica, è nella pasta del modo di pensare e, quindi, di parlare e scrivere.

Ma, come diceva qualcun altro, ogni limite, ha una pazienza. Perché concretamente se si vuole pensare a un briciolo di futuro, il racconto delle “brutte notizie” non porta da nessuna parte. Quando ne hai raccontata una e poi un’altra e poi ancora un’altra non si tratta di voler stimolare una reazione, si tratta di autoflagellazione.

La responsabilità è, come detto prima, di tutti quanti.

Ma innanzitutto di chi sa – o dovrebbe sapere – scrivere.

Qualche tempo fa il “Corriere della Sera” con grande lungimiranza ha inaugurato, sia on line che off line, una nuova prospettiva: “Il Corriere Buone Notizie”, contro la narrativa sempre uguale del negativo ha iniziato a proporre un racconto “nuovo” del nostro Paese improntato alle belle e sane realtà che operando nel profit contribuiscono a dare una mano a chi si trova in difficoltà.

Un esempio interessante di come, a volte, è possibile scardinare la poco sana abitudine del cattivo racconto.

È fin troppo facile, oggi, raccontare cattive notizie. Se ne trovano a bizzeffe, basta uscire di casa, aprire la finestra, oppure semplicemente, per i più pigri, stare a galleggiare sui social per un poco di tempo.

Pure perché poi, sempre perché la tragedia rimane sempre più seducente dei sorrisi, le cattive notizie attirano di più. E’ pure, magari, un fatto di immedesimazione e autoconservazione: hai visto che è successo a quello? Meno male che non è succies a mme. Insomma sotto sotto magari, nei limiti, ci piace. Ma, razionalmente – waglio a vuo’ metter a cap o no? – non ci porta da nessuna parte.

Siamo talmente abituati a raccontare tutto il peggio del nostro Paese, del posto in cui viviamo, dalla grande città al piccolo comunino, che manco ci facciamo caso – purtroppo – alle cose concretamente belle che ci succedono sotto gli occhi.

Una su tutte, ed è un dato reale: il nostro Paese, alla fine, è sempre quello che nei momenti di difficoltà, più di tutti, tira fuori il colpo di coda che salva capra e cavoli.

Ora, non importa chi è la capra e di chi sono i cavoli quanto invece quale sia il punto differente, la sfida reale che si pone anzitutto per chi ha la responsabilità – PUBBLICA (in stampatello a volte non fa male) – di raccontare i fatti.

Non è questione di nascondere la realtà. Si tratta, banalmente, di fare uno sforzo: quello di andare a trovare le notizie “non cattive”, quelle che raccontano di distruzioni e soprattutto di rinascite, di storie vissute che danno il buon umore e fanno iniziare la giornata con la semplice considerazione, non detta, “se ce l’ha fatta lui, ce la posso fare pure io”.

Ce ne stanno. Basta, soprattutto, cercarle e poi, d’inchiostro lavorando per raccontarle.

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