La metro del lunedì e la società chiusa

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Inizia a fare caldo. E le donne si spogliano, come diceva un vecchio adagio molto nazional popolare.

Adagi a parte, il caldo, a volte, forse perché ci mette a dura prova, fa venire bene fuori l’insostenibilità, o assurdità che dir si voglia, di alcune situazioni.

Prendiamo una città come Roma, per esempio una a caso, dove ciò che sembra normale in un qualsiasi posto della terra, sembra a volte una conquista. Ma il punto non è quanto sia performante o meno Roma che sempre città eterna è, ma l’assurdità di alcune situazioni poco umane.

Prendiamo la metro, per esempio. Il lunedì mattina, il giorno in cui si corre di più per definizione, tutti la aspettano e la prendono per andare al lavoro. E la storia di questo articolo inizia proprio qui. Mentre la metro arriva vuoi cercare qualcuno con cui fare due parole. Così almeno per passare un poco il tempo in maniera costruttiva. Niente. Tutti quanti, o quasi, attorno stanno tutti quanti asserragliati chi in un libro (come se non ne avessero mai letto uno tanta è l’avida lettura), chi dentro la musica a palla degli auricolari, chi, cosa più divertente, dentro lo schermo del proprio cellulare, sempre avidamente, come se fosse l’ultimo e indispensabile chattino della vita.

Insomma, due parole, così, è difficile farle. Se già chiedi un indicazione pare che chissà quale fastidio stai creando.

Vabbuò, il tempo passa e la metro arriva. E dentro, nel vagone, ci sta la stessa scena. Pare che tutti quanti o tengono paura di guardare qualcun altro negli occhi oppure si sono drogati perché sono completamente assenti. Ciascuno nel proprio mondo. Il top è chi insieme agli auricolari tiene pure il libro aperto. Come a dire “lasciatm proprio sta”.

Non ricordo la vita del pendolare di metro nelle altre città, all’estero soprattutto, ma questa della Capitale, sarà che la vivo ogni giorno, mi diverte particolarmente.

Ma non solo per l’Assenza collettiva a cui pure io, e che vuò fa, soccombo ma perché offre uno spaccato reale di società: tutti sono assenti, se ne fregano di chi ci sta attorno (v. concetto di Bene comune da qualche anno scomparso forse pure dai vocabolari..) e preferiscono allegramente chiudersi a riccio.

E tutti, però, pronti a urlare e condannare se qualcuno calpesta involontariamente il piede o spinge o fa qualcosa che lede, per carità, il proprio “spazio vitale”.

Diceva De Rita qualche tempo fa che siamo diventati preda di un “sovranismo psichico”: è un concetto geniale che racchiude, in una sola parola, quello che siamo diventati. Un insieme di persone (“popolo” è un concetto troppo antico e lo lasciamo agli amarcord) che vivono in uno stesso posto, sia città che Paese, in maniera disinteressata e concentrati solo su una realizzazione del Sé che è pura utopia perché, senza scomodare l’animale sociale di Aristotele, senza gli altri non siamo niente. E siamo quello che siamo anche grazie agli altri. Che un po’ sono uno specchio in cui conosciamo pure noi stessi meglio.

Ma non si capisce. Da qualche anno ci siamo presi un bel malanno. Non riusciamo più a vedere oltre il nostro Naso. Se qualcuno, magari con un po’ più di esperienza dice qualcosa su un tema che ci riguarda e non siamo d’accordo allora dagli addosso all’incompetente e raccomandato.

Quello che accade in metro, in un giorno della settimana, è solo l’immagine, tra le più lampanti, di quello che succede. E non è questione di Governo, porti chiusi e porti aperti, perché quello che ci sta arriva da qualcos’altro. Da un qualcosa, che negli anni, ci siamo persi da qualche parte.

Non è colpa di Nessuno, in particolare, ma di Tutti si.

Ci siamo messi le cuffie e abbiamo, chissà quando, iniziato a fregarcene alla grande di chi ci sta vicino. Magari un sorriso e na mezza parola a volte sono anche più utili e formativi di tre libri insieme.

Non ci interessa che sia positivo o negativo, pure se un’idea ce la possiamo fare, ma per ora solo che ci sta na bella trasformazione in corso. Un fenomeno che, se la vogliamo dire tutta, non favorisce la creazione di senso di appartenenza, di comunità, di condivisione e di solidarietà, elementi tipici di una società democratica avanzata capace di rinnovarsi.

Il problema reale non è il fascismo che ritorna ma semmai il fatto che, ad ora, sembrano del tutto dormienti quegli elementi dinamici che nel corso degli anni hanno favorito, anche se minimo, un certo progresso nella nostra società.

Non ci possiamo rassegnare solo a pensare che siamo un insieme di beoni che vogliono andare a mare e godersela tutta col reddito di cittadinanza. Se non altro perché prima o poi quella poca acqua che ancora ci sta finisce e la papera non solo non galleggia più ma si schiatta letteralmente.

E quindi c’amma fa? Forse partire dalle cose semplici.

Tornando alla metro, e a quella scena divertente e allo stesso preoccupante dove ciascuno sta proprio immerso, affunnat, nel proprio mondo, quello che sembra ci vorrebbe è anzitutto un atteggiamento, una visione diversa. Costruire ponti e dialogo anziché chiudersi. Cercare il confronto, anziché affermare, a fforza afforz, la propria idea contro tutti e tutto.

Pure chiedere un’informazione, a chi ci sta vicino, a volte, può esser un gesto addirittura rivoluzionario.

Per uscire dal guscio dove ci siamo rintanati. Per capire, semplicemente, che, alla fine, belli e brutti, bianchi e neri, sarristi e non, siamo tutti quanti sulla stessa barca. E sta barca, se vogliamo andare avanti, tutti quanti dobbiamo farla galleggiare.

Nessuno escluso.

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