Inquisizione, la storia di Menocchio

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Numerose sono state le opere cinematografiche che hanno trattato l’argomento della Inquisizione, non tutte con il rigore scientifico e storico che tale argomento avrebbe suggerito, alcune delle quali hanno purtroppo privilegiato la “estetizazzione della violenza” inflitta alle vittime.

Recentemente ho avuto occasione di vedere un’opera cinematografica molto particolare, passata pressoché sotto silenzio, dal titolo “Menocchio”, del giovane regista Alberto Fasulo (è nato a San Vito al Tagliamento il 30 marzo 1976) quasi sconosciuto in quanto autore di poche opere di nicchia, note quasi esclusivamente agli intenditori ed appassionati di film di non grande divulgazione.

Il film narra la storia, vera, di Domenico Scandella, detto Menocchio, diminutivo di Domenico, un mugnaio friulano che alla fine del Cinquecento affrontò il tribunale della Santa Inquisizione difendendo le proprie teorie eretiche sulla natura di Dio, sulla Chiesa di Roma, sulla verginità della Madonna e sulla nascita di Gesù Cristo.

Menocchio era nato a Montereale Valcellina, provincia di Pordenone, nel 1532 e si distingueva per la sua autodidattica cultura basata più sulla sua viva intelligenza ed immaginazione che sugli studi, che comunque aveva compiuto.

Aveva sempre vissuto a Montereale, paese contadino di soli 650.abitanti, mantenendo la numerosa famiglia con il ricavato di due campi e di due mulini, oltre che delle prestazioni artigianali di falegname e muratore; sapendo leggere e scrivere, attitudini rarissime a quel tempo, era stato anche podestà del paese e amministratore della parrocchia, la locale Pieve.

Nel 1583, venne anonimamente denunciato da un prete al Sant’Uffizio per sospette opinioni eretiche su argomenti ritenuti basilari per un cristiano, tal ché l’Inquisitore di Aquileia e Concordia, Felice da Montefalco, ne ordinò l’arresto e la carcerazione.

Tra gli anni 1584 e il 1599 Menocchio subì due processi durante i quali espose le sue convinzioni, che sbalordirono gli inquisitori, sull’origine del mondo, del genere umano, della esistenza degli angeli e degli arcangeli; espresse dubbi sulla unicità di Gesù Cristo figlio di Maria, e sulla natura divina dello stesso, come sulla verginità di Maria perché tanti huomini sono nati al mondo et niuno è nato di donna vergine” e “san Iosepo chiamava nostro signor Iesu Christo per figliolo” (frasi tratte dai verbali degli interrogatori).

Giungendo a sostenere che Maria era chiamata Vergine in quanto aveva frequentato, come tante giovani dell’epoca “il tempio delle vergini, perché l’era un tempio dove si tenivan dodeci vergini, et secondo che si allevavan si maritavan, intendendo semplicemente per vergine una qualunque ragazza da marito; il che è indice di una cultura acquisita in letture, ma anche di un vivissimo acume, certamente non diffuso in quel tempo.

Gli storiografi di questa vicenda pongono l’attenzione sulla scelta del mugnaio di rifiutare la difesa di un avvocato, sostenendo che poteva difendersi da sé, come avvenne.

Il mugnaio certamente non attirava simpatie in quanto era una persona pronta di parola, sicuro delle convinzioni che aveva, frutto anche della esperienza della sua vita; gli inquisitori ebbero anche il dubbio di avere a che fare con un pazzo o un burlone, e cercarono di capire se Menocchio avesse maturato le sue opinioni da solo o se fosse stato in qualche modo indottrinato da altri, ma non vennero a capo di nulla.

Il primo processo si concluse con la condanna di Menocchio al carcere a vita, nella speranza da parte dei giudici che, col tempo, il mugnaio avesse riflettuto e avrebbe certamente mutato le sue convinzioni. Non fu così in quanto Menocchio rimase fermo nelle stesse tant’è che subì, nel 1599, un secondo processo nel quale non solo confermò tutto ciò che aveva precedentemente sostenuto, ma aggiunse altri argomenti che irrimediabilmente lo portarono alla condanna definitiva; e, dopo le torture alle quali venne inutilmente sottoposto perché rivelasse i nomi di chi l’aveva indottrinato, venne giustiziato nel 1600.

Il regista Armando Fasulo descrive con grande maestria questa storia, in un film cupo, senza luce (le scene di sera o negli antri delle prigione buie, che sono la maggioranza, sono illuminate solo dalla luce instabile delle torce, con primi piani efficacissimi, specialmente dei volti del mugnaio, rugoso altre ogni dire, ma anche dei familiari, degli sgherri, degli stessi inquisitori).

Il film inizia con il parto di una giovenca, dal quale parte la teoria del protagonista che nessuna può essere fecondata se non dal seme maschile, con chiaro riferimento alla Vergine Maria.

Il fuoco, la terra e gli elementi della natura assurgono subito a protagonisti nel film, assecondando il punto di vista di un mugnaio nei quali trova Dio. Il motore invisibile di ogni cosa sembra essersi “nascosto” per la vergogna di aver creato l’uomo, ma gli uomini che lo rappresentano sono al contrario presenti e assai visibili. Dio è negli alberi, nel vento, nei miracoli quotidiani che nessuno sottolinea ma che sono tangibili, mentre i dogmi della Chiesa sembrano puro artificio.

Menocchio così come non accetta che Maria sia vergine, non accetta nemmeno il Paradiso che gli hanno raccontato. E in particolare non crede a coloro che approfittano di questa fede solo per questione di potere: “Il Dio delle ricchezze è qui… Ma il Dio dei poveri, dov’è?”, chiede ai  giudici.

Gli elementi sociali e quelli spirituali sono intrecciati e inscindibili, mettere in discussione l’uno significa sfidare l’altro, e pagarne le conseguenze: il mugnaio lo sa, ma non arretra di un passo, con il cipiglio fiero delle rughe e dell’occhio glauco di Marcello Martini, attore per caso.

E non a caso una delle sequenze più potenti del film è quella in cui il mugnaio posa per la prima volta lo sguardo sugli affreschi dell’aula in cui sarà processato. Lì osserva l’autorappresentazione del potere, una successione di papi e re che sembrano imperturbabili, nella loro immobilità pittorica, di fronte all’affronto del mugnaio che li osserva quasi con sfida, anche loro a fianco dell’Inquisizione nell’unitario compattarsi del Potere, che ha mille volti ma che, quando si tratta di difendere la propria autorità e il proprio privilegio, è come se ne avesse uno solo.

Un film che gli amanti del genere non possono perdere.

(2^ parte – fine)

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