Il bene che ti vuoi non risolve tutto. Ma cambia tutto
Volersi bene non è sentirsi sempre all’altezza. È costruire criteri
Non scendo molto spesso in piazza, ma qualche giorno fa sono stato fermato da una coppia di alunni di quinta che mi hanno detto che stavano parlando di una cosa che avevo detto in classe tempo fa: “Non è vero che tutto dipende da te. Ma è altrettanto falso il contrario. Tra questi due estremi c’è uno spazio stretto e decisivo: il modo in cui ti tratti mentre la vita accade”.
La risposta è stata un po’ articolata… il bene che ti vuoi non cancella le ingiustizie, non paga l’affitto, non sistema automaticamente le relazioni. Però decide una cosa fondamentale: cosa accetti e cosa no. E questa linea, invisibile ma netta, nel tempo ridisegna tutto. Volersi bene non è sentirsi sempre all’altezza. È costruire criteri.
Per esempio: non restare dove vieni sistematicamente svalutato. Non spiegarti all’infinito a chi non ascolta. Non chiamare “carattere” ciò che è solo disinteresse. Serve pratica, non slogan. Tre mosse concrete: riduci del 20% ciò che ti consuma (persone, abitudini, ambienti); aumenta del 20% ciò che ti nutre (tempo, cura, competenze); e impara una frase chiave: “questo per me non va bene”.
Ripetuta, cambia traiettoria. Attenzione però: non tutto è sotto il tuo controllo. Ma il tuo standard sì. E lo standard è contagioso: prima o poi, chi ti circonda si adegua o si allontana. Resta una domanda scomoda: se oggi alzassi davvero l’asticella del rispetto verso te stesso, cosa e chi non entrerebbe più nella tua vita?
Per la cronaca: non è vero che i ragazzi non parlano di cose serie; mi hanno detto che se hanno qualche altro dubbio mi invieranno qualche messaggio notturno (e che ne parliamo a fare).






