I giovani ai tempi del Coronavirus, una lezione speciale: la didattica a distanza ed i valori come la pazienza, l’attesa, la speranza

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Improvvisamente  si sono scoperti non isolati ma soli. Soli con se stessi.  Con le proprie ansie, paure, timori.

La nostra è un’epoca contraddistinta dalla velocità, dal cambiamento tanto che viviamo nella costante preoccupazione di non avere tempo sufficiente per sbrigare le mille faccende che la realtà mette quotidianamente sotto i nostri occhi.

In questa corsa siamo sempre più distratti. Abbiamo perso il tempo per guardarci dentro, per osservare, stupirci…  Abbiamo, “orrore della lentezza, delle minuzie, delle analisi, delle spiegazioni a cui contrapponiamo l’ amore della velocità, dell’abbreviazione e del riassunto: raccontami tutto, presto, in due parole”. Affermavano i futuristi che di velocità si intendevano.

Per deviazione professionale, sono stata una docente di lettere per circa quarant’anni, guardando gli eventi di questi giorni, mi è tornato alla mente quanto Eugenio Montale sosteneva nella sua opera Auto da Fé. Cronache in due tempi.

Il problema più grave della nostra epoca, sosteneva, è quello di ammazzare il tempo. L’Horror vacui, l’orrore del vuoto, ci spaventa perché ci costringe a fermarci a inframmezzare il nostro cammino di soste, a vivere al rallentatore l’attimo, l’istante. E’ la paura della riflessione,  del rapporto con se stessi, il timore di vedere vacillare le certezze, di mettere a nudo le fragilità  che ci porta ad ammazzare il tempo, riempiendolo di cose inutili.

Tutto questo fino al 20 febbraio 2020. Una data che, come molte altre nella storia delle epidemie,  segnerà un’epoca. Costituirà la linea di confine, uno spartiacque tra la nostra vita di ieri e la vita che verrà.  In mezzo una pandemia, tra le più violente che il mondo globalizzato abbia conosciuto.

Tutto cambiato. Stop. Restare a casa. E’ il mantra che ci viene ripetuto in maniera ossessiva. E non è facile salire su un treno a bassa velocità quando siamo stati abituati a usare un freccia rossa.

Distanza. Il termine più ricorrente ai tempi del coronavirus. In questa parola è racchiuso tutto il senso di come sia cambiata la nostra vita.

Distanti almeno un metro. Niente strette di mano. Niente abbracci. Niente gesti di pace. Lavoro a distanza. Didattica a distanza.

Didattica a distanza è diventata la parola d’ordine  nel momento in cui sono state chiuse le scuole. Ciò che per anni ha costituito il fine ultimo, l’orizzonte verso cui indirizzare l’aggiornamento e la formazione all’improvviso è diventato realtà.

Così i docenti hanno dovuto fare di necessità virtù e ripensare il loro modello educativo.

Si sono sviluppate rapidamente piattaforme per fornire on line materiale didattico agli studenti  utilizzando  vari siti di video sharing. Si sono organizzate lezioni interattive “uno a uno”, “uno a molti”, “molti a molti”.  La scuola, insomma, con tutto il suo capitale umano, ha dovuto far fronte a una catastrofe, procedendo con i nuovi mezzi tecnologici nell’insegnamento delle varie discipline.

La lezione che oggi i ragazzi stanno apprendendo credo, però, vada ben oltre il pur lodevole tentativo di dare una parvenza di normalità a una scuola che  certamente normale non è.

Sono ancora lontani i tempi in cui Asimov prospettava una scuola senza libri, senza maestri.

Non lo è perché i ragazzi stanno sperimentando non solo un modo diverso di studiare ma, in qualche modo, di vivere.  Questo tempo incerto, lento, sospeso, o dell’attesa, che dir si voglia, li sta facendo scoprire diversi in tante cose piccole o grandi che siano.

Certamente  l’assenza delle relazioni ha provocato un aumento esponenziale di contatti Whatsapp, videochiamate…  riempitivi  di una solitudine, di un silenzio ai quali non erano abituati.

Improvvisamente  si sono scoperti non isolati ma soli. Soli con se stessi. Con le proprie ansie, paure, timori. Hanno dovuto per forza di cose ricostruire una nuova immagine di sé.

I momenti bui della storia dell’uomo che hanno studiato sui libri scolastici e che sembravano cose superate dal tempo, ora li stanno vivendo non come lettori distratti ma come testimoni consapevoli  di un evento che farà da sfondo a opere letterarie, artistiche, musicali, scientifiche.

Potranno  scoprire che la narrazione  è stata nei secoli il più potente  degli antivirus. E alla lettura delle biografie dei giocatori o delle numerose starlette, alle tante storie su instagram  aggiungeranno, forse, quella di  alcune pagine di autori  che  hanno scelto le grandi epidemie come trame per i loro capolavori: Boccaccio, Manzoni, ma anche Camus, Saramago, Roth.

Sono storie del passato indispensabili per capire dove stanno andando, ricordando nel contempo come siamo arrivati fin qui.

Perché le storie hanno il loro tempo. Sono eterne, senza tempo.

Raccontarle significa fermarsi ad ascoltarle, guardarle dentro, accogliere le visioni che ci regalano. Narrare storie è un modo di andare a un ritmo diverso, un ritmo che è quello della parola,  utile per conoscere e riconoscersi.

Una vecchia leggenda degli aborigeni Australiani  racconta che  le storie importanti sono sempre alla ricerca della persona giusta a cui essere raccontate. In questo momento le persone giuste sono i giovani a cui penso occorra infondere un surplus di  coraggio e di fiducia nel futuro.

Il coronavirus può diventare un incredibile serbatoio  a cui attingere per arricchire conoscenze  e sviluppare competenze, nel senso etimologico del termine, cum petere, dirigerci insieme.

Ci troviamo di fronte a un snodo storico, a una situazione contingente che ha  sconvolto le nostre e le loro vite.

Dobbiamo sostare. Fermarci, che non vuol dire essere tagliati fuori dalle lancette del tempo, ma indugiare, fare esperienza della durata, abitare il tempo anziché subirlo. “In questo viaggio ho imparato tante cose. Ho imparato l’importanza della lentezza” diceva la lumaca del  famoso libro di Sepulveda

Secondo la mitologia greca, il dio Tempo, il titano Cronos divora tutti i suoi figli appena nati, finché la moglie salva Zeus, dando in pasto al marito un masso avvolto in fasce. Zeus costringerà il padre a vomitare i fratelli al fianco dei quali combatterà contro lui e gli altri Titani che, sconfitti, verranno rinchiusi agli inferi. Così gli dei dell’Olimpo conquistano la supremazia e inaugurano un tempo nuovo. Un tempo nuovo è sempre il risultato  di  scelte coraggiose, di più ampi orizzonti. Un tempo nuovo necessita di un pensiero alto, nobile, di azioni, progetti, non di parole.

Il coronavirus ha messo tutti giovani e non  davanti a situazioni che mai avremmo potuto immaginare. Ci ha costretto ad abituare a cose che sembravano impossibili. Ci ha fatto anche  comprendere quanto credibili possano essere parole come famiglia, scuola, solidarietà,  libertà, facendoci riscoprire, perché no, anche il senso del sacro e della comunione.

Sono convinta che per i ragazzi questa epidemia sia la più grande lezione che essi possano apprendere. Abituati a vivere  in modo rettilineo  si sono trovati davanti una montagna da scalare comprendendo che la vetta si raggiunge  con fatica, sudore sacrificio, abnegazione. Una volta giunti in alto però il panorama che avranno davanti sarà mozzafiato.

Ora si tratta di essere responsabili ovvero avere la capacità di rispondere: io ci sono e faccio e la mia parte.

Le crisi sono opportunità, svelano il meglio delle persone. Ce lo conferma il senso di abnegazione e di sacrificio di quanti combattono questa terribile pandemia.

I ragazzi oggi possono apprendere una lezione speciale. La loro crescita non sta nella quantità di regole  e di nozioni che impareranno attraverso la didattica a distanza, ma nella loro capacità di condividere valori come la pazienza, l’attesa, la speranza.

L’imparare, il crescere richiedono sempre fatica.

A loro spetterà il compito arduo  ma anche l’entusiasmo della ricostruzione, alla quale tutti avranno il dovere di contribuire senza lasciare  spazi o alibi al disinteresse.

“Credetemi, la cosa pubblica è noi stessi. Ciò che ci lega a essa non è un luogo comune.  Come vorremmo vivere domani?  No, non dite di essere scoraggiati e di non volerne più sapere. Pensate che molte cose sono accadute perché non ne avevate più voluto sapere”.

Sono le parole scritte  in cella da  Giacomo Olivi, un ragazzo di 19 anni prima di essere fucilato nei giorni della resistenza.

Luciana Gallo

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