Dimmi quanto sei social e ti dirò che scienziato sei

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Da che mondo è mondo chi fa ricerca si deve, prima o poi, confrontare con quell’insieme di soggetti che prende il nome di società civile. Soprattutto per rendere masticabile e commestibile, in una maniera anche minima, il frutto della propria attività e dare un senso, all’esterno, al lavoro compiuto quotidianamente.

In un modo o nell’altro lo hanno fatto tutti quanti: da Aristotele che cercava di spiegare concetti abbastanza complessi col peripato con chi gli capitava sotto tiro al genio dei geni, Leonardo.

Tutti, prima o poi, hanno cercato una certa approvazione verso quello che è un vero e proprio “Mondo Esterno” per chi studia e fa ricerca, profondamente immerso nelle proprie congetture.

Anche per un motivo molto banale, prima ancora che sociale, di doversi necessariamente far conoscere per cercare finanziatori e sponsor (anche politici) per sostenere la propria ricerca.

Oggi, nell’era della condivisione totale in cui viviamo, il ruolo e la figura dello scienziato, inteso come colui che fa del metodo scientifico il proprio mestiere, sono soggette a un cambiamento abbastanza radicale rispetto al passato.

Alla classica immagine dello scienziato pazzo chiuso nella sua torre d’avorio di laboratorio a fare ricerche che nessuno potrebbe capire, se ne sostituisce un’altra, più open rispetto a quanto gli sta intorno.

L’interessante ipotesi è emersa sull’articolo del Sole24Ore “Lo scienziato si valuta a colpi di tweet” del 9 settembre scorso.

Per valutare effettivamente il “peso” di un prodotto di ricerca, sia di prototipo che teorico, bisogna prendere in considerazione nuove variabili che hanno a che fare con la capacità dello scienziato di essere egli stesso divulgatore delle proprie ricerche.

Lo scienziato di maggiore peso sarà colui che non solo pubblica online la sua ricerca ma che, soprattutto, condivide, in linguaggio concretamente comprensibile ai più, alla stragrande maggioranza della popolazione, il significato e l’impatto della propria ricerca.

Non solo impact factor quindi ma anche, lo potremmo chiamare, social impact factor, la capacità quindi di saper costruire delle reti attraverso cui, con un linguaggio appropriato, diffondere i risultati del proprio lavoro. E, in questo modo, creare follower anche tra i non addetti ai lavori e incrementare il livello di conoscenza collettiva.

Seppur disruptive nel contenuto, questo approccio non vuole distruggere la riservatezza e il valore di sapere altamente specifici perché poi alla fine non possiamo chiedere a un meccanico di valutare un glaucoma.

Ma è interessante perché propone un nuovo paradigma che cambia il ruolo dello scienziato che esce dal laboratorio e ritorna a essere intellettuale quindi uomo di scienza e al contempo uomo di lettere che sa, pure, stare in mezzo alla gente. Come era paro paro nel Rinascimento, epoca più florida, finora, del Nostro Bel Paese.

Un valore, quello dell’interconnessione tra i campi del sapere, che oggi, forse complice l’eccesso di zelo del Positivismo, si è molto diluito e di cui, per comprendere il mondo in rapida trasformazione che ci sta attorno, abbiamo bisogno.

Chi organizza convegni che prevedono la partecipazione, anche, di scienziati sa di cosa parlo. Quando arriva uno scienziato, tra politici ed esperti di comunicazione pubblica, si vede subito. Le sue slide sono le più minuziosamente dettagliate, al millimetro, ma, purtroppo, molte volte, le meno leggibili e comprensibili. E questo genera, oltre che sbadigli in sala, una perdita di conoscenza di non poco conto.

Questa nuova concezione della figura dello scienziato fa emergere, sullo sfondo, un elemento di grande rilevanza e attualità. A fronte di un clima di continuo scontro che sviliscono il valore della scienza, i social network possono diventare l’arma decisiva per de-costruire stereotipi e dogmatiche prese di posizione che puntano a mettere in discussione, se non a distruggere, secoli e secoli di Umana, e quindi faticosa, Evoluzione.

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