“Boia chi molla”, cinquant’anni fa la rivolta di Reggio Calabria

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“Boia chi molla” è una espressione tipica del ventennio fascista, utilizzata da Mussolini in più occasioni; molti ne contestano l’origine, attribuita a Gabriele D’Annunzio, il “Vate” che fu uno dei simboli dell’uomo colto ma anche forte e determinato, e che spesso divenne ostaggio della teppaglia squadrista.

La stessa espressione venne riesumata nel 1970 a Reggio Calabria, in occasione della rivolta popolare per l’attribuzione del capoluogo della Regione Calabria inaspettatamente a Catanzaro, mentre proprio Reggio Calabria era stato considerato l’unico vero capoluogo.

In verità la storia del capoluogo calabrese va vista in tutt’altra ottica, in quanto la Regione Calabria, così ora denominata definitivamente, in passato veniva individuata come “Le Calabrie”, vale a dire un territorio che aveva numerose origini, tradizioni, sfaccettature, che ne facevano una non facile unione di diversità; era questa l’origine, appunto, delle “Calabrie”, come in varie occasioni viene riportato su documenti storici.

Per anni la SS.19 si è chiamata “delle Calabrie” perché la Regione non era considerata un tutt’uno, ma dall’antichità era sempre stata divisa tra la parte settentrionale, denominata “Calabria Citeriore”, l’attuale provincia di Cosenza, città che ne era il capoluogo, e la parte rimanente, denominata “Calabria Ulteriore” che comprendeva le Provincie di Catanzaro e Reggio Calabria.

Nel mentre la “Calabria Citeriore” ha sempre avuto come capoluogo Cosenza, la “Calabria Ulteriore”, invece, aveva avuto tre sedi in periodi diversi, Reggio Calabria, Catanzaro e Vibo Valentia (che all’epoca si chiamava Monteleone Calabro).

Relativamente alla “Calabria Ulteriore” è stata sempre accesa la competizione, il campanilismo, tra le tre sedi che si contendevano il ruolo di capitale.

Nel 1817 la questione si complicò ulteriormente in quanto, nella riorganizzazione dei regni di Napoli e delle Due Sicilie, la “Calabria Ulteriore” venne ancora suddivisa in “Calabria Ulteriore Prima”, capoluogo Reggio Calabria, e “Calabria Ulteriore Seconda”, capoluogo Catanzaro.

Con l’Unità d’Italia la suddivisione venne mantenuta e anche dopo con la Istituzione della Regione Calabria nel 1970, con le tre amministrazioni provinciali di Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria.

Oggi le provincie sono cinque perché nel 1992 vennero istituite le due nuove di Crotone e di Vibo Valentia, con la frammentazione del territorio fino ad allora appartenuto a Catanzaro.

Le Regioni della Calabria e della Campania hanno delle analogie, in quanto entrambe si estendono lunga la costa tirrenica con lunghe appendici: in Calabria dal nord al sud c’è una distanza stradale di 290 chilometri circa, in Campania è di 270 chilometri.

Ma nel mentre nessuno può contestate a Napoli di essere la capitale campana (come Milano per la Lombardia o Torino per il Piemonte) in Calabria esistevano almeno tre città che si potevano contendere questo ruolo, Cosenza al Nord, Catanzaro al centro, Reggio Calabria al sud.

Non è uno sterile esercizio di retorica la citazione dei precedenti storici e dei dati geografici perché ci aiutano a comprendere le radici dei moti rivoluzionari di Reggio Calabria del 1970.

Infatti, proprio di una rivoluzione popolare si trattò, dalla quale si fecero da parte e non vollero essere coinvolti i partiti della sinistra e la Cgil, che per il loro defilarsi subirono anche violenze e saccheggi, ed è stata la più lunga, circa un anno, e anche sanguinosa rivolta urbana della nostra Repubblica nel dopoguerra.

Tutto ebbe inizio quando venne deciso di indicare come capoluogo della Regione Catanzaro, città che dal punto di vista logistico è in una posizione centrale, e quindi sembrava la più adatta per la nascente amministrazione regionale.

Ma, nel mentre i calabresi dei nord, quelli del cosentino, non fecero alcuna plateale protesta, i cittadini di Reggio Calabria non furono d’accordo è, fomentati dai partiti della destra storica, coagulati intorno al MSI, unitamente alla Cisnal, Sindacato da sempre vicino al MSI, organizzarono la rivoluzione, per contenere la quale il governo centrale dovette far scendere in piazza i carri armati dell’esercito a supporto delle forze di polizia che non riuscivano a contenere violenze, saccheggi, appropriazione di armi in alcune armerie della città, addirittura l’assalto ad una caserma della P.S. e alla Questura.

Venne istituito un “Comitato d’azione per Reggio capoluogo”, i cui esponenti erano il missino Ciccio Franco, l’ex partigiano Alfredo Perna, Rocco Zoccali, Rosario Cassone, Franco Aliotta, il consigliere provinciale del MSI Fortunato Aloi e il Duca di Gualtieri Giuseppe Avarna, tutti del MSI o della destra calabrese.

Ma il vero capo e agitatore del popolo fu Ciccio Franco, esponente regionale del MSI, il quale, con lo slogan “boia chi molla”, infiammò gli animi.

Ma mentre il PCI e la Cgil si mantennero a distanza, non fecero lo stesso alcuni movimenti dell’ultrasinistra, come Lotta Continua e Adriano Sofri che riservarono a quei moti rivoluzionari la loro attenzione.

Le prime barricate vennero erette martedì 14 luglio 1970, la Chiesa festeggiava San Camillo de Lellis, ma i Reggini avevano altro per la testa, la scelta di Catanzaro li aveva fatti infuriare, e gli agitatori ebbero buon gioco.

La rivolta durò per oltre un anno, con fasi anche molto violente, ma proteste e violenze andarono avanti fino al 1975.

Renato Meduri, oggi senatore della Repubblica eletto nella lista AN, una figura storica della destra calabrese, che ebbe un ruolo attivo in quei moti, dichiarò che “Reggio fu venduta agli interessi di PSI e DC. La repressione fu vergognosa, lo Stato parlò solo con i fucili e gli ordini di comparizione”: cosa avrebbe dovuto fare, Meduri non lo spiega.

Più chiaramente Marco Minniti, ex Ministro degli interni del governi Renzi e Gentiloni, anch’egli calabrese, ha dichiarato che “Reggio fu il buco nero della democrazia in Italia, molto presto la rivolta fu pilotata dall’estrema destra, Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale”.

I media nazionale di allora, a parte le prime notizie, in seguito avrebbero minimizzato per evitare che le notizie allarmanti delle violenze alimentassero tensioni a livello nazionale: con i sistemi di oggi questo back-out nazionale non sarebbe stato possibile.

Le proteste e le barricate finirono formalmente a febbraio 1971, quando il Governo centrale, allora presieduto dal DC Emilio Colombo, per placare gli animi decise di dislocare a Catanzaro la Giunta Regionale e a Reggio Calabria l’Assemblea, e istituì la Università a Cosenza; promise anche di costruire un centro siderurgico a Gioia Tauro e uno stabilimento della Liquichimica a Saline Joniche, frazione di Reggio Calabria, creando così i presupposti per 10mila nuovi posti di lavoro.

Per la Liquichimica non ci fu seguito, venne impiantata, ma non ha mai funzionato se non per arricchire boss ‘ndranghetisti locali, tant’è che nel tempo si è tentato di riconvertirla e ancora oggi si è in attesa di una definitiva riconversione.

Pure il Centro siderurgico di Gioia Tauro naufragò per la crisi della siderurgia, ma in compenso venne costruito il Porto di Gioia Tauro, che oggi è uno dei più grandi d’Italia.

Nessun problema per la Università di Cosenza.

Il “Pacchetto compensativo” ideato da Colombo funzionò, i calabresi si misero l’animo in pace, ma gli strascichi si protrassero per molti anni.

I moti di Reggio Calabria costarono la vita a cinque persone: Bruno Labate, ferroviere di 46 anni, ritrovato senza vita durante gli scontri del 15 luglio; Angelo Campanella, autista, che venne assassinato il 17 settembre, e lo stesso giorno morì d’infarto l’agente Vincenzo Curigliano di 47 anni durante l’assalto dei rivoltosi alla Questura di Reggio, nella quale era detenuto il capo rivoltoso Ciccio Franco. Nella stessa giornata persero la vita anche Angelo Jaconis, barista, e il poliziotto Antonio Bellotti, di soli 19 anni, colpito da una sassata mentre stava lasciando in treno la città.

I feriti si stimarono in oltre 500, numero mai bene definito in quanto molti rivoltosi, per paura di essere riconosciuti e arrestati, si rivolsero a medici privati.

A seguito di quei moti vennero arrestate 446 persone, denunciate per reati vari 1231, delle quali 825 a piede libero.

Numeri da capogiro, che solo la rabbia innescata su un sottofondo di scontento riesce a giustificare.

Ciccio Franco dopo qualche anno sarebbe stato eletto senatore della Repubblica, nelle liste del MSI, con il 32,6% di voti.

Il 14 luglio 2006, nella commemorazione del 36.mo anniversario dei moti di Reggio, il Sindaco Giuseppe Scopelliti, di Alleanza Nazionale, ha voluto intitolare a Coccio Franco l’ex Arena dello Stretto, che oggi si chiama appunto “Anfiteatro Senatore Ciccio Franco, che Scopelliti definì “un modello per la destra odierna”.

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