Alfred Kubin e la paura di vivere

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Vi sono persone il cui destino viene segnato perennemente dalle traversie della vita

Ci è capitata sott’occhi la storia, tristissima, di Alfred Leopold Isidor Kubin, che le enciclopedie accorciano in Alfred Kubin, illustratore, litografo, pittore e scrittore austriaco, considerato un importante rappresentante dell’espressionismo e del simbolismo.

A differenza di molti espressionisti, preferì quasi sempre scene autobiografiche riguardanti esperienze della sua vita, esprimendo sentimenti e sensazioni non chiaramente, ma attraverso metafore del mondo fantastico, immaginario, irreale, sognato, visionario: gran parte della sua ispirazione era tratta infatti dai propri ricordi, sentimenti e sogni.

Alfred Kubin nacque il 10 aprile del 1877 a Leitmeritz, in Boemia, che a quei tempi apparteneva all’Impero austro-ungarico.

Nonostante la vita travagliata, le numerose traversie vissute, gli incredibili disagi, le debolezze e particolarità del carattere, sarebbe vissuto 82 anni.

La cosa che gli sarebbe pesata di più, almeno nei primi anni, era il rapporto molto conflittuale con il padre, che non gli dava affetto, lo scacciava, lo puniva in continuazione anche per colpe non commesse; chi ha approfondito la storia della vita di questo personaggio è portato a ritenere che la maggior parte dei problemi esistenziali siano dipesi dal rapporto con il padre, rapporto che, quando si normalizzò, rese la vita di Alfred molto più tranquilla.

Ovviamente gli anni trascorsi male non si cancellano, rimangono indelebili nella memoria e influenzano per sempre il comportamento, e la storia di Alfred Kubin lo conferma. Vien da dire che nella vita di questo introverso e oscuro artista possiamo trovare un pezzo della vita di tutti noi.

La madre, Johanna Kletzl, era una pianista e il padre, Friedrich Franz Kubin, era un dipendente statale, e per questo motivo era spesso assente da casa.

Contrariamente al padre, la madre fu sempre molto amorevole con il figlio, che anche con le sorelle aveva un buon rapporto, ma questo non riusciva a compensare l’astio del genitore, una sorta di rivalità e complesso di inferiorità nei confronti dello stesso, che lo picchiava e lo faceva sentire un fallito, dichiarandolo un “buono a nulla” poiché incapace di farsi degli amici o di prendere buoni voti a scuola.

Era ancora un bambino quando la famiglia si trasferì a Strasburgo e poi a Zell Am See, una ridente cittadina sulla sponda del Lago di Zell, dove trascorse la maggior parte della sua infanzia e gioventù.

Alfred era indisciplinato, solitario, a suo modo sognatore, molto diverso dalle pure indisciplinate sorelle Maria (detta “Mizzi”, nata nel 1881) e Friederike (detta “Fritzi”, nata nel 1887): infatti si cacciava spesso nei guai a causa del suo temperamento discolo, preferiva disegnare e vagabondare in giro per i fienili e le stalle del suo paesino di montagna, o stendersi sulle rive di ruscelli e osservare l’acqua che scorreva.

Odiava la scuola, gli insegnanti e qualsiasi tipo di costrizione, cosa che lo distinse come spirito libero per tutta la sua vita.

Un evento che segnò per sempre la sua esistenza fu la morte di sua madre, sempre molto protettiva e dolce nei suoi confronti: la donna era ammalata di tubercolosi e morì l’8 maggio 1887, quando Alfred aveva appena compiuto undici anni; la visione del padre che correva disperato per casa con il cadavere di sua madre tra le braccia lo segnò per sempre.

La morte della madre determinò una maggiore severità del padre nei suoi confronti, ed in questo periodo Alfred si avvicinò al disegno, nel quale sfogava tutta la sua rabbia e le sue angosce: disegnava scene macabre e di distruzione, e sviluppò un sincero interesse per l’orrido, la violenza e il macabro, elementi che caratterizzarono in modo costante le sue opere e lo resero famoso.

Il padre si sposò altre due volte, prima con la zia di Alfred, che però morì di parto appena un anno dopo (1888), dando alla luce la sorellastra Rosalie, poi, quando Alfred aveva quindici anni, per la terza volta.

Il ragazzo, che era stato bocciato al liceo, fu mandato a Klagenfurt da Alois Beer, il fratello della terza moglie del padre, che faceva il fotografo, per fare l’apprendista.

In questo periodo Alfred si interessò agli scritti di Schopenhauer, che influenzò la sua visione della vita assieme a Friedrich Nietzsche.

Alfred divenne così un grande appassionato di filosofia, passione che avrebbe coltivato per tutta la vita.

Anche come apprendista fotografo non brillò, in pratica non imparò nulla, il periodo di apprendistato lo trascorse a bighellonare, a sbronzarsi e a fare baldoria, anche per problemi di nervi che lo portavano a incontrollati scatti d’ira, a volte accompagnati da litigi o convulsioni.

Fu proprio al culmine di uno di questi litigi che a diciannove anni, durante il quarto anno del suo apprendistato, Alfred scappò dal negozio e prese il treno per andare da Klagenfurt a Zell Am See con un vecchio revolver, con l’intenzione di suicidarsi sulla tomba della madre. Ma la pistola si inceppò e Alfred non avrebbe trovato mai più il coraggio compiere un gesto del genere.

Licenziato dallo zio, Adolf si arruolò volontario nell’esercito nel 1897, ma lo accettarono con esitazione per via della sua costituzione fragile.

Svolse il servizio militare a Lubiana per solo diciotto giorni e concluse la sua brevissima carriera militare con un gravissimo crollo nervoso che lo costrinse a letto in ospedale per quattro mesi, anche se gli ci volle un intero anno per riprendersi del tutto.

Al termine della convalescenza, suo padre andò a prenderlo, dimostrandosi sinceramente felice di vederlo, e lo riportò alla casa di Zell Am See, dove tutti finalmente iniziarono a trattarlo bene, padre compreso: Alfred cominciò a sentirsi amato per la prima volta, e cominciò finalmente a legare col genitore il quale, su suggerimento di un amico, accettò di mandare il figlio a studiare arte a Monaco di Baviera.

Qui, il ragazzo frequentò per due anni (1898-1900) la scuola privata Schmitt-Reutte e la classe di disegno del professor Gysis.

Il secondo giorno della sua permanenza a Monaco visitò per la prima volta una galleria d’arte, la Vecchia Pinacoteca.

L’esperienza gli procurò grande stupore e ispirazione, ma fu anche portatrice di profondo sconforto: Kubin cadde in uno stato depressivo poiché cominciò a ritenere la propria arte insignificante in confronto a quella dei grandi artisti esposti alla pinacoteca.

Produsse un paio di dipinti spettrali che ricordarono a un suo amico le litografie di Max Klinger. Fu così che Kubin conobbe e studiò l’arte di Klinger, seguita poi dallo studio delle opere degli artisti che influenzarono la sua arte, ovvero Goya, de Groux, Rops, Munch, Ensor e Redon.

Furono comunque anni felici che fecero uscire Alfred dal guscio, libero di essere se stesso e di seguire la propria vita e le proprie inclinazioni: Monaco per lui fu il simbolo della propria crescita e liberazione.

Nell’inverno del 1901 il giovane venne introdotto per la prima volta in alcuni circoli artistici e letterari dal poeta Max Dauthendey, anche se il primo vero e proprio assaggio di fama gli fu portato dal mecenate tedesco e collezionista d’arte Hans von Weber.

Quasi tutti gli altri critici dell’epoca inorridivano davanti ai quadri di Kubin e li disprezzavano, Von Weber fu l’unica persona a vederci qualcosa di speciale e decise di investirci sopra: il mecenate fece pubblicare nel 1903 un album di quindici riproduzioni dei migliori disegni.

 

Nello stesso anno Alfred Kubin incontrò Emmy Bayer, con cui intraprese un relazione e di cui si innamorò follemente: arrivò persino a chiederle di sposarla, ma la ragazza morì dopo pochi giorni: era il 1° dicembre del 1903.

Seguì un periodo di totale costernazione e isolamento che culminò in un tentativo disperato di Alfred di salvarsi da quel dolore.

Incontrò a Francoforte lo scrittore Oscar A. H. Schmitz, suo amico, e conobbe la sua futura moglie, Hedwig, sorella di Oscar, che sposò nel marzo del 1904.

I due vissero insieme a Monaco per due anni, poi acquistarono un piccolo castello di campagna nella isolata Zwickledt, nell’alta Austria, dove abitarono per tutto il resto della vita.

Dal matrimonio non vennero figli (Hedwig aveva già un figlio, Otto, nato dal suo precedente matrimonio), ma non fu senza problemi.

Hedwig era una donna caratterialmente piuttosto forte, perché riuscì più volte a confortare Alfred durante le sue crisi; ma anche lei soffriva di frequenti problemi di salute, per i quali era costretta ad assumere anche stupefacenti, e si assentava spesso da casa per essere ricoverata in ospedale, lasciando Alfred da solo nella desolata Zwickledt.

Poco dopo essersi trasferito nella casa di Zwickledt, Alfred Kubin cambiò il soggetto dei suoi disegni.

Se prima si cimentava in disegni in bianco e nero, sfumati e colorati con acquerelli, di mostri e creature inquietanti, ora preferiva ritrarre paesaggi e soggetti sempre bizzarri, prediligendo la pittura.

Con il successo, Alfred era finalmente riuscito a rendere fiero suo padre e ad avvicinarsi a lui. I due vissero diversi anni volendosi finalmente bene e andando d’accordo come padre e figlio.

Ma il 2 novembre 1907, Friedrich Franz Kubin, già malato da qualche tempo, morì, e Alfred rimase traumatizzato da questo evento, non tanto per la morte di suo padre in sé, ma per la presa di coscienza che qualsiasi cosa della vita, non importa quanto grande, piccola, significante o insignificante, può diventare nulla nell’arco di un secondo.

La situazione peggiorò perché la moglie Hedwig più volte fu costretta a ricoveri ospedalieri lasciando Alfred solo con le sue depressioni

In questo periodo Kubin tentò di riprendere a disegnare, ma soffriva di un blocco: sentiva un grande impeto creativo dentro di sé, ma non riusciva a trasferirlo su carta.

Per ovviare a questo problema si cimentò nella scrittura di Die andere Seite (L’altra parte), romanzo fantastico di circa 300 pagine a cui aggiunse 52 sue illustrazioni.

Il libro fu pubblicato dall’editore Georg Müller nel maggio del 1909 e rappresentò l’evoluzione e il cambiamento radicale dell’arte e della persona di Kubin.

Dopo Die andere Seite, infatti, Alfred non sentì mai più quell’impellente bisogno che aveva sempre avuto di “buttare fuori” le sue emozioni: ora si accontentava di rappresentare scene di vita quotidiana usando come strumento prediletto l’inchiostro di china e il pennino.

Questo fu l’inizio della sua carriera da illustratore. Cominciò illustrando lavori di Edgar Allan Poe, dello scrittore Oscar A. Schmitz e Lesabendio, libro di fantascienza di Paul Scheerbart.

Nel dicembre del 1911, la pittrice Gabriele Münter invitò Kubin a far parte del nuovo gruppo artistico “Movimento artistico Der Blaue Reiter”, del quale facevano parte lei, Wassily Kandinsky (con cui Kubin divenne grande amico) e Franz Marc, un gruppo di pittori di Monaco di Baviera, attivo dal 1911 al 1914: l’inizio della prima guerra mondiale ne causò la dispersione.

Kubin espose i suoi lavori con il gruppo fino al 1914, e nel 1916 pubblicò Die Totentanz (“La danza della morte”), una serie di ventiquattro disegni che testimonia l’orrore della guerra.

Nel marzo dello stesso anno, ad Alfred Kubin giunsero due terribili notizie mentre stava leggendo un libro sul buddismo: il suo amico Franz Marc era morto in battaglia e la moglie di un suo conoscente artista si era suicidata.

Cadde in uno stato di depressione, credeva che tutto attorno a lui fosse un’illusione e si ritrasse da tutte le sue conoscenze e amicizie, e pure da sua moglie Hedwig, e cercò rifugio negli insegnamenti del buddismo.

Scrisse un testamento e diventò totalmente indifferente all’arte, si creò in casa una piccola cella in cui dormiva per terra su un cumulo di paglia.

La crisi, che chiamò la “Crisi buddista”, fu l’ultima e la più violenta crisi di Alfred Kubin: durò dieci giorni e giunse al termine il 12 marzo 1916, dopo che l’artista aveva cominciato a soffrire di allucinazioni che lo spaventarono molto e lo fecero scuotere dal suo stato delirante.

Durante gli anni successivi, Kubin imparò a controllare e a gestire meglio le sue emozioni e crisi, riuscendo a vivere una vita decente.

In uno dei suoi scritti, confessò però che in seguito a questo episodio, soffrì per molti anni di una forma di rassegnazione o apatia.

Gli anni che seguirono furono caratterizzati da una vita abbastanza intensa, tra esposizioni retrospettive, attività pittorica e consueti problemi familiari ed esistenziali.

Nel 1921, durante una sua permanenza a Monaco, Kubin incontrò il farmacista Kurt Otte, il quale in seguito avrebbe fondato il Kubin Archiv, che si trova nella Städtische Galerie im Lenbachhaus.

Da quel momento, nonostante le ricorrenti crisi di Alfred, la sua vita artistica fu molto intensa, tra mostre, scritti, pitture e disegni: nel 1922 gli venne conferita dall’Associazione “Internationale Schwarz-Weiss-Ausstellung – “Mostra internazionale in bianco e nero”, la Gran Medagli d’oro dello Stato.

Tirò avanti fino al 1959, quando, dopo aver sofferto per circa un anno di una grave infezione alla vescica, Alfred Kubin morì il 20 agosto nella sua casa di Zwickledt, a 82 anni.

Fu sepolto nel cimitero di Wernstein am Inn, condividendo la tomba con la moglie Hedwig.

La vita di Alfred Kubin rappresenta un esempio di tormenti e soddisfazioni, rappresenta uno specchio nel quale tutti gli uomini possono esaminarsi.

 

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