Achille Starace, il fascismo e la conquista dell’Impero

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Riprendiamo la storia della vita di Achille Starace, dopo aver pubblicato il 22 scorso la seconda parte.

Starace scalpitava perché voleva andare in Africa a fare la sua parte nella conquista dell’Impero, e finalmente arrivò anche per lui l’ordine di partenza, al comando di una organizzatissima colonna di bersaglieri e di camicie nere.

La vittoria doveva essere soprattutto una vittoria fascista e il Duce volle che la “Colonna Starace” fosse un esempio di efficienza assoluta, e il segretario generale, partito in divisa di luogotenente generale della milizia, con casco coloniale e piumetto da bersagliere, non lo deluse.

La sua impresa coloniale, in verità assai povera dal punto di vista militare, fu però l’occasione per esaltare la combattività delle nuove generazioni forgiate dal fascismo o, come disse Starace con orrendo neologismo, “acciaiate”.

Prima di partire per l’Africa Starace aveva voluto rimettere nelle mani del Duce il suo incarico di segretario generale; al suo ritorno Mussolini lo fece penare non poco prima di ridarglielo.

 

Si diceva che fosse indispettito dall’eccessiva pubblicità che Starace aveva fatto a sé stesso, anche con la pubblicazione presso Mondadori di un libro, ”La Marcia su Gondar”, celebrativo delle sue gesta africane; il Duce incominciava a considerare  Starace come fumo negli occhi; se Starace voleva avere la sua marcia, questo suonava male, quasi volesse mettere in ombra la Marcia per eccellenza, ossia quella su Roma.

Starace di consolerà al riguardo, raccogliendo comunque l’apprezzamento di Gabriele D’Annunzio, che glielo fece pervenire per lettera e che fu pubblicato sul Corriere della Sera.

Ma a un certo punto il Duce decise di sgombrare il campo da tutte queste voci, organizzando, alla fine di agosto del ’36, una cerimonia in onore di Starace nella Sala del Mappamondo, “per l’indiscutibile merito, che si poteva definire storico, di aver guidato camicie nere e bersaglieri alla conquista del Tana e del Goggiam” (due regioni dell’Etiopia – n.d.r.).

 

Con Starace  l’Italia vinse due campionati del mondo di Calcio nel 1934 e nel 1938 ed una medaglia d’oro olimpica nel calcio, si affermeranno campioni come Primo Carnera nel pugilato e Gino Bartali nel ciclismo: nessuno avrebbe mai sospettato che Bartali non fosse un fascista, come avrebbe poi dimostrando divenendo staffetta dei Partigiani.

I risultati eccezionali nello sport diedero grande risalto all’Italia e di conseguenza al Fascismo, e a quel punto Starace pensò come fascistizzare l’intera società italiana.

Tutto doveva essere scandito e organizzato dal partito, il P.N.F. divenne una macchina efficientissima, che organizzava ogni minimo aspetto della vita quotidiana secondo i fogli d’ordine di Starace, raccolti poi dal giornalista Asvero Gravelli nel Vademecum di stile fascista.

Starace sembrava fosse tornato nelle grazie del Duce, che invece si preoccupava del progredire in popolarità di uomini del livello di Grandi o di Balbo, in grado di fargli ombra.

Mussolini sapeva che questo pericolo non sarebbe mai venuto dal povero ragioniere di Gallipoli, che restava comunque ancorato ad una fedeltà assoluta al Capo, non riuscendo neanche a concepire di poter agire se non per ordine del Duce.

Alla fine del 1937 Achille Starace, ancora segretario generale del PNF, veniva elevato al rango di Ministro, partecipando di diritto alle riunioni di governo; inoltre su iniziativa di Mussolini, gli venne conferita una medaglia d’argento per l’impresa africana.

Il segretario del Partito rispose prontamente, facendosi promotore della legge istitutiva del grado militare di Primo Maresciallo dell’Impero, da assegnarsi al Duce e al Re: l’iniziativa mandò in bestia il Re, ma il fascismo era ancora troppo sulla cresta dell’onda perché Vittorio Emanuele III si sentisse di bloccarla.

Sembrava insomma che l’idillio con Mussolini non dovesse aver fine; Starace, dato per morto l’anno prima, era più vivo che mai, anche se i rapporti della polizia segreta si accumulavano sul tavolo del Duce (da lui stesso sollecitati), calcando impietosamente la mano sulle mille dicerie che giravano sul segretario del partito, soprattutto per la sua ben nota esuberanza col gentil sesso.

Mussolini leggeva e archiviava, e Starace proseguiva nella sua opera di fascistizzazione della società: l’italiano fascista doveva essere qualcosa di unico, di irripetibile.

Una delle più note “boutade” fu la sostituzione della stretta di mano, considerata una “mollezza anglosassone”, col saluto romano, e l’obbligatorietà dell’uso della divisa al sabato (il “sabato fascista”) e alle feste.

Dicevamo in apertura che Starace non fu un cretino: aveva retto per anni lo scottante incarico di segretario generale del PNF riuscendo a superare non poche tempeste, e non era stata certamente un’impresa facile.

Piuttosto aveva i suoi limiti, culturali, di carattere, nonché quelli derivanti proprio dalla sua virtù principale, ossia la totale dedizione al Capo.

E questi limiti si palesarono a un certo punto, con alcune iniziative che mostrarono come Starace avesse ormai perso quella sensibilità verso il popolo che gli aveva permesso per anni di essere il principale interprete delle direttive di Mussolini.

Il popolo italiano si era lasciato tranquillamente guidare, aveva tranquillamente accettato di togliersi la fatica di pensare, si era sinceramente entusiasmato per la conquista dell’Impero.

Ma la frenesia “staraciana” non conosceva soste; la Guerra Civile di Spagna era chiaramente l’anticamera di ben più gravi conflitti, e i volontari che inizialmente affluirono dall’Italia fascista a dar man forte alle truppe franchiste, si accorsero che una guerra vera era una cosa ben più sanguinosa e gravida di rischi delle semi-passeggiate militari in Abissinia.

Il popolo italiano, pago di avere un impero e una situazione all’interno abbastanza soddisfacente, non avrebbe probabilmente desiderato molto di più, mentre invece la politica mussoliniana andava sempre più pericolosamente verso l’abbraccio con la Germania nazista e il segretario del partito si gettava in due nuove iniziative, la prima francamente ridicola, la seconda decisamente tragica: la campagna per il VOI e il sostegno alle LEGGI RAZZIALI.

La campagna per il voi iniziò quasi per caso, con un articolo di Bruno Cicognani sul Corriere della Sera.

Si era agli inizi del ‘38, e lo scrittore fiorentino pubblicò un articolo in cui parlava del LEI come di un retaggio spagnolesco, oltre che di un’aberrazione grammaticale: “Roma repubblicana non conobbe che il tu, Roma cesarea poi conobbe il voi”.

Non era davvero un argomento di grande importanza, ma il Partito vi si gettò sopra, dopo un placet distratto di Mussolini, che iniziava ad avere dei dubbi sulle campagne del suo segretario generale, temendo l’ondata del ridicolo.

Il quale non mancò, perché Starace fece dell’uso del TU e del VOI l’oggetto di minuziosissime disposizioni sul Foglio d’ordini del Partito.

Ben più grave fu il sostegno alle leggi razziali che l’Italia, sempre più legata al carro hitleriano, promulgò nel maggio del 1938.

Nel luglio dello stesso anno il Manifesto del Razzismo Italiano sosteneva tesi cervellotiche sulla purezza della razza italica, ed era sottoscritto da un gruppo di sedicenti scienziati e da Starace, che subito si mostrò il più scatenato fautore di un anti-ebraismo che non ebbe mai riscontro nella coscienza popolare italiana, proponendo come prima misura l’espulsione di tutti gli ebrei, “anche fascistissimi”, dalle file del partito.

Ma Starace era razzista? Non crediamo che sia questa la spiegazione: egli era il segretario generale del Partito, il Partito era lo Stato, se lo Stato promulgava una legge, per quanto iniqua e assurda, lui non poteva far altro che applicarla e difenderla a spada tratta.

A ben guardare, non fu tanto grave il suo razzismo, ma la sua incapacità a capire che le leggi razziali, con la loro stupida crudeltà, alienavano al Partito non poche simpatie popolari, considerando anche che la maggioranza degli italiani non vedeva affatto di buon occhio l’avvicinamento alla Germania nazista.

Gli italiani volevano stare in pace, erano stanchi, desideravano solo che l’Italia riuscisse a mantenersi fuori dalla tempesta che stava per travolgere l’Europa.

E anche qui Starace fallì, con un bellicismo non solo impopolare, ma che lo metteva anche in rotta col ministro Galeazzo Ciano, antigermanico e, soprattutto, genero del Duce, il quale pensò che era giunto il momento di dare al popolo un capro espiatorio.

(3 – continua)

 

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