A che serve tutto quel mare?
Viviamo nell'epoca delle risposte immediate. Un dubbio dura pochi secondi, poi arriva Google. Un'attesa diventa insopportabile dopo qualche minuto. Persino il silenzio viene riempito compulsivamente da notifiche, video, musica, rumori. Il mare invece non risponde. Sta lì. Immenso
Oggi parto da una domanda a bruciapelo che un gruppetto di alunni mi hanno fatto (con videochiamata!) mentre stavano beatamente sulla spiaggia: “prof a che serve tutto quel mare?”.
C’è qualcosa di strano nel nostro rapporto con il mare. Lo guardiamo come si guarda un quadro. Lo fotografiamo. Lo usiamo come sfondo per le vacanze, per i selfie, per le storie da pubblicare. Poi torniamo a casa convinti di averlo vissuto. Ma il mare non è uno sfondo. È una domanda. Una domanda enorme, blu e scomoda, distesa davanti ai nostri occhi da milioni di anni.
A che serve tutto quel mare? Se ci pensate, è una delle cose più inutili che esistano. Non si coltiva. Non si costruisce. Non si controlla. Occupa gran parte del pianeta e sembra quasi uno spreco agli occhi di una civiltà che misura tutto in termini di profitto, produttività e rendimento. Forse è proprio per questo che ci inquieta. Perché il mare è il contrario del mondo che abbiamo costruito.
Viviamo nell’epoca delle risposte immediate. Un dubbio dura pochi secondi, poi arriva Google. Un’attesa diventa insopportabile dopo qualche minuto. Persino il silenzio viene riempito compulsivamente da notifiche, video, musica, rumori. Il mare invece non risponde. Sta lì. Immenso. E ci ricorda una verità che abbiamo cercato di dimenticare: non tutto ciò che conta può essere controllato. I nostri antenati guardavano l’orizzonte e vedevano una promessa.
Noi guardiamo l’orizzonte e vediamo il limite della connessione dati. È una battuta, certo. Ma non troppo. Perché una delle grandi povertà del nostro tempo non è la mancanza di informazioni. È la mancanza di mistero. Sappiamo quasi tutto e comprendiamo sempre meno. Conosciamo il prezzo di ogni cosa e il valore di pochissime. Abbiamo mappe dettagliate del pianeta e spesso siamo incapaci di orientarci dentro noi stessi. Ecco allora a cosa serve il mare. A ricordarci che esistono ancora territori che non possono essere ridotti a un algoritmo. Che la profondità conta più della velocità. Che l’orizzonte è più importante dello schermo. Che alcune domande valgono più delle risposte.
Forse per questo il mare continua ad attirare milioni di persone ogni anno. Non perché cerchiamo l’acqua. Cerchiamo noi stessi. Davanti a quell’immensità, per qualche istante, cade la finzione di essere al centro del mondo. Scopriamo di essere piccoli. E, sorprendentemente, questa non è una brutta notizia. Perché è proprio quando smettiamo di sentirci il centro dell’universo che ricominciamo a sentirci parte di qualcosa di più grande. Allora la domanda iniziale era sbagliata.
Non è importante capire a cosa serva tutto quel mare. La vera domanda è un’altra. In un tempo che vuole spiegare tutto, vendere tutto e prevedere tutto, abbiamo ancora il coraggio di salpare verso ciò che non conosciamo? O abbiamo deciso di passare la vita sulla riva, a fotografare l’infinito senza mai entrarci dentro?







