2 giugno 1946: a Cava vinse la Monarchia, ma festeggiò la Repubblica

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Mai come quest’anno la Festa della Repubblica viene celebrata in un momento particolarmente controverso per la nostra nazione. Si preannunciava come la più difficile degli ultimi settant’anni con paventato, e scampato pericolo in extremis, di comizi di piazza, banchetti e aria di resa dei conti.

L’emergenza è ufficialmente rientrata ieri pomeriggio con il giuramento del nuovo governo M5s-Lega presieduto dal professore Giuseppe Conte. Spazio, dunque, oggi, alla tradizionale parata militare all’Altare della Patria e lungo via dei Fori Imperiali a Roma e l’esibizione delle Frecce Tricolori, con la presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e delle più alte cariche istituzionali.

La cerimonia rievoca la scelta fatta dall’Italia, settantadue anni fa, di essere una Repubblica. Il 2 giugno 1946 venticinque milioni di elettori, su ventotto aventi diritto, si recarono alle urne per le prime elezioni libere dopo il ventennio fascista e votare il referendum su Monarchia o Repubblica.

Le urne si aprirono la mattina di domenica 2 giugno alle 7. I seggi chiusero alle 13 del giorno dopo. Metà del corpo elettorale è composto da donne: è la prima volta, in Italia. Alcune di esse votarono già qualche mese prima, nelle elezioni amministrative di marzo che avevano riguardato circa quattrocento comuni. Ma il 2 giugno furono tutte le elettrici italiane a essere chiamate a esprimersi. Il voto era riservato a quanti avessero compiuto la maggior età, che allora corrispondeva a 21 anni.

Il Nord era nettamente in favore della Repubblica, al Sud la presenza monarchica era molto forte e radicata. Il  Mezzogiorno,  per  lo  scarso  coinvolgimento  della  popolazione  nella guerra  al  nazi-fascismo e per la  realtà socio-economica  alquanto arretrata, votò quasi compattamente a favore della Monarchia.

Salerno  la  Repubblica  ebbe  il  23%  dei  voti,  mentre nell’ intera provincia non superò il 22,8% dei voti. Non molto diverso fu il risultato a Cava de’ Tirreni. Cava era una cittadina fascista, borghese e conservatrice, sede del Vescovado e dell’Abbazia Benedettina, schierata per il proseguimento del regime monarchico. Per la Repubblica si battevano: il Partito Repubblicano, il Partito Socialista, il Partito Comunista, una parte delle Democrazia Cristiana, la massoneria locale che all’epoca aveva grande influenza in città. Si schierarono per la Monarchia tutte le famiglie della borghesia cavese e il mondo agricolo contadino. La Chiesa fu assente.

L’esito del voto fu schiacciante. Su 19.108 elettori i votanti furono 18.216. Votarono per la monarchia 11.207, per la Repubblica 5.191. La vittoria dei sostenitori della Monarchia, che doppiò i voti per la Repubblica, nella cittadina metelliana fu schiacciante. Decisivo fu il voto delle frazioni, mentre nel centro prevalse il voto repubblicano.

Dalla chiusura delle urne alle 13 del il 3 giugno passano molti giorni prima che il risultato del referendum venga proclamato ufficialmente. Quindici, per l’esattezza. Lo spoglio era lento, la macchina elettorale non era ancora rodata. I verbali e le schede arrivano man mano nella sala della Lupa di Montecitorio. Già dalle prime ore era chiaro che la Repubblica aveva avuto un maggior numero di voti. Le voci riferirono che il ministro della Real Casa Falcone Lucifero avrebbe detto al re: “Prepariamoci al commiato”. Il 5 giugno trapelarono i primi risultati informali, che diedero una chiara vittoria alla Repubblica. Il giorno dopo i giornali uscirono con la notizia in prima pagina. “E’ nata la Repubblica Italiana”.

A Cava i sostenitori della Repubblica celebrarono la vittoria con una festa popolare in piazza Duomo. I festeggiamenti furono organizzati dai figli degli esponenti repubblicani e si ballò fino a tarda notte sulle note dei canti della Resistenza e dell’Inno di Mameli. I monarchici si rintanarono nel Circolo Sociale, che affacciava sulla piazza cittadina, e assistettero al giubilo dei vincitori. Sebbene con disappunto, accettarono il risultato del voto senza alcuna protesta.

Per la Costituente non fu eletto alcun candidato cavese. L’allora sindaco, Pietro de Ciccio, candidato con Democrazia del Lavoro, amareggiato per l’esito del voto, si dimise. Fu nominato commissario prefettizio Emanuele Cotugno, che amministrò la città per i pochi mesi che precedettero le elezioni amministrative dell’ottobre ’46. In quel frangente accolse la proposta dell’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo e dispose la trasformazione del teatro Municipale “G. Verdi” nella sede del Palazzo di Città.

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