scritto da Fabrizio Prisco - 15 Dicembre 2018 08:21

100X100 Cavese di Fabrizio Prisco: Uno strano caso di corruzione

A casa dell’avvocato Picone l’aria iniziava davvero a farsi pesante. Nonostante l’ora tarda, il salotto era ancora pieno di gente. Mario Cozzi, il portiere dell’Unione Sportiva Fascista Cavese “G. Berta”, era seduto sul divano, in silenzio. Attorno a lui si aggiravano nervosamente i dirigenti biancoblù. Il fatto accaduto era molto grave, e proprio alla vigilia di una partita molto sentita come il derby con la Salernitana.

– Che facciamo? – chiese Pio Accarino a Francesco Casaburi – Aspettiamo o andiamo a denunciare subito l’episodio alle autorità?
– Se raccontiamo immediatamente quello che è successo – ribatté don Eugenio Coppola – va a finire che la Salernitana se la cava con una forte multa e poco più.
– Giusto – affermò Renato Cipriani, l’allenatore giocatore della squadra – per me, in ogni caso, Cozzi non deve scendere in campo. Mi sembra il minimo. Poi si vedrà…
L’avvocato Picone osservava l’accesa discussione dall’altra parte della stanza. Si era acceso un sigaro e, nonostante la concitazione del momento, non sembrava minimamente preoccupato.
– Allora non avete capito nulla – esclamò ad un tratto l’avvocato – Cozzi giocherà eccome. Dobbiamo fare finta di nulla. Anzi, dovrà rispettare i patti. Solo così ne vedremo delle belle. Ride bene chi ride ultimo, è così che si dice in questi casi. Vero?

I dirigenti della Cavese si guardarono esterrefatti. Antonio Picone era una commerciante napoletano molto amico di don Eugenio Coppola, che si era rifugiato a Cava dopo lo scoppio della guerra. Da grande appassionato di calcio qual era, era stato subito coinvolto dalla dirigenza metelliana nella gestione della squadra che si apprestava, dopo l’addio di Levratto, a disputare il secondo campionato consecutivo di serie C. Grazie alle sue conoscenze, Picone aveva dato una grossa mano nella costruzione della rosa. Ora c’era una questione molto spinosa da dirimere. L’avvocato era l’uomo giusto per sciogliere una controversia che poteva riservare diverse insidie.

– Picone ha ragione – tuonò l’Ammiraglio Accinni, il Presidente dell’U.S. Cavese – faremo come ha detto, seguiremo il suo consiglio. Sarà una specie di “cavallo di Troia”. Solo così potremo stanarli. La faccenda è seria. Non devono passarla liscia.
Per un attimo, all’unisono, lo sguardo di tutta la sala si concentrò su Cozzi. Il portiere ebbe un sussulto.
– Non so se me la sento – disse.
– Non preoccuparti – rispose Picone – andrà tutto bene. La Cavese perderà e tu sarai il peggiore in campo. Se vogliamo incastrarli, dobbiamo prenderli con le mani nel sacco. Il giorno dopo facciamo scoppiare un casino. Fidati di me. So quello che dico.

Cozzi annuì. D’altra parte il portiere friulano si doveva fidare per forza. Non aveva scelta.

L’avvocato Picone era stata la prima persona al quale aveva raccontato tutto. Erano andati a pranzo e all’improvviso il dirigente gli aveva mostrato un raffinato doppiopetto di lino bianco, promettendo che sarebbe stato suo se la Cavese fosse uscita imbattuta dallo stadio Littorio di Salerno. Colto di sorpresa da quel gesto, Cozzi, che in fondo era un gran bravo ragazzo, si era messo a piangere a dirotto e aveva vuotato il sacco. Prima di essere ingaggiato dal club aquilotto, il portiere aveva giocato nella Salernitana. Nella città di San Matteo era molto conosciuto, anche perché aveva sposato una ragazza del centro storico. Non era stato molto difficile per un paio di dirigenti della Salernitana agganciarlo per proporgli un patto poco onorevole: se avesse favorito la sconfitta della Cavese, Cozzi avrebbe ricevuto in cambio di qualche “distrazione” tra i pali mille lire, una cifra ragguardevole per l’epoca.

Il portiere non seppe dire di no e accettò, anche perché un risultato negativo non avrebbe compromesso più di tanto il cammino dei biancoblù, che occupavano ormai saldamente il terzo posto in classifica. Assicurandosi il derby, la Salernitana, che contendeva invece il primo posto al Terni, avrebbe fatto un passo decisivo verso il girone finale che poteva significare promozione in serie B. I dirigenti consegnarono subito a Cozzi 500 lire. Il portiere avrebbe ricevuto il resto della somma il lunedì mattina dopo l’incontro, come premio a risultato acquisito.

Al racconto dello sciagurato pipelet metelliano, l’avvocato Picone non si era scomposto più di tanto. Ecco il motivo di quella riunione serale convocata d’urgenza a casa sua. Cozzi, che si mostrò sinceramente pentito per l’accaduto, fu perdonato, ma la commissione tecnica decise che sarebbe andata fino in fondo alla faccenda e tenne il resto della squadra all’oscuro di tutto. Come pattuito Cozzi avrebbe fatto finta di nulla e avrebbe mantenuto la parola presa con i dirigenti della Salernitana. Ma successivamente gli stessi avrebbero avuto dagli aquilotti un trattamento che non avrebbero più dimenticato.

Una volta terminato il summit nel salotto dell’appartamento che Picone aveva preso in affitto nella città dei portici, la dirigenza metelliana al completo e lo stesso Cozzi si recarono negli uffici della Questura locale per presentare regolare denuncia all’Autorità giudiziaria. Il Commissariato di Polizia redasse un dettagliato verbale, aprì un procedimento e inserì negli atti la deposizione di Cozzi e le 500 lire come prova inconfutabile del tentativo di corruzione.

Il giorno della partita, il 24 maggio 1942, alla penultima di campionato, al Campo Littorio di Salerno accorse il pubblico delle grandi occasioni. I tifosi della Salernitana si auguravano di assistere ad una vittoria per continuare la corsa verso la serie B. Il derby in quegli anni era già molto sentito e la Cavese spesso aveva la meglio sui cugini, pur senza godere dei favori del pronostico. Era accaduta la stessa cosa nella gara d’andata. Il 24 gennaio del 1942 al “Franco Palmentieri” la Cavese si era imposta per 1-0 grazie ad un calcio di rigore di Gennaro Rescigno, e la sconfitta aveva fatto perdere alla Salernitana temporaneamente il primato in classifica. Quel giorno gli spalti di legno dell’impianto erano stati messi a dura prova dalla passione e dal calore dei tifosi metelliani. Gli stessi, desiderosi di rovinare i piani di promozione della Salernitana, seguirono in gran numero i propri beniamini anche nella gara di ritorno.

Purtroppo la partita contro la capolista per i ragazzi di Renato Cipriani si mise subito in salita. La Salernitana guidata da Gipo Viani, ex centrocampista di Ambrosiana, Lazio e Juventus, futuro inventore del Vianema e primo ad introdurre la figura del libero nel calcio italiano, era uno squadrone. Il giocatore più temuto era Vincenzo Margiotta, un attaccante formidabile che la Salernitana aveva ingaggiato dal Baratta Battipaglia e che era un’ira di Dio. Quella volta, in particolare, Margiotta sembrò incontenibile fin dal calcio d’inizio. Gli Aquilotti non riuscivano a fermarlo in nessuna maniera. Il primo tempo si chiuse sul punteggio di 2-0 per la Salernitana. Gli autori delle reti furono, guarda caso, Margiotta al 28’ e Dolfin al 32’. Nella ripresa però accadde qualcosa di incredibile. Cozzi smise letteralmente di parare e la Salernitana dilagò.

Dagianti siglò dopo quattro minuti il terzo gol. Poi si scatenò Margiotta che in quindici minuti, dal 60’ al 75’ mise a segno una folgorante tripletta. Chiesa al 78’ e ancora Margiotta a tre minuti dal termine arrotondarono il punteggio su un clamoroso 8-0. Per la Cavese fu una sconfitta mortificante, una delle peggiori della sua storia. I tifosi giunti da Cava erano esterrefatti. In campo gli stessi atleti non credevano ai loro occhi. Il comportamento di Cozzi, di solito tra i migliori, anche a loro era apparso strano. Il portiere sembrava svagato e aveva commesso degli errori talmente marchiani da incutere più di un sospetto anche tra i compagni. Dopo l’ennesima rete subita, lo stesso Gennaro Rescigno aveva inseguito Cozzi fino a metà campo, in preda all’ira. Si era messo in mezzo Pio Accarino, e gli aveva sussurrato qualcosa all’orecchio tanto per calmarlo.

La mattina dopo, al Bar Picentino di Salerno, il portiere si presentò all’appuntamento per ricevere la seconda parte della somma. Insieme con lui, a debita distanza, c’erano due funzionari di polizia e anche Pio Accarino in rappresentanza della Cavese. Non appena i dirigenti della Salernitana tirarono fuori i soldi, scattarono le manette da parte degli agenti. La trappola tesa per far emergere la verità era riuscita alla perfezione. L’illecito palese costò carissimo alla compagine del capoluogo. La Cavese presentò ricorso alla Federazione e la Salernitana che aveva chiuso il girone G di serie C al primo posto, ritenuta colpevole, fu esclusa dalle fasi finali del campionato. I due dirigenti, che si erano resi protagonisti dell’imbroglio, furono squalificati a vita e il club ricevette anche una pesante multa di 1500 lire.

A Salerno scoppiò il finimondo. La società provò in ogni modo a far cambiare idea al Direttivo Federale e agli organi giudicanti che avevano sede a Torino, ma ci fu poco da fare. D’altra parte le prove erano schiaccianti. A quel punto si tentò anche la strada della politica: il dottor Vincenzo Malinconico, in rappresentanza della sezione del Partito Nazionale Fascista di Cava, fu convocato a Roma per cercare di convincere i dirigenti cavesi a ritirare la denuncia. Malinconico provò ad intercedere, ma alla minaccia da parte del Presidente Accinni e di tutti gli altri di strappare le tessere del PNF e di informare dei fatti direttamente il Duce, dovette fare un passo indietro.

Il 27 giugno del 1942 il Consiglio Direttivo della FIGC escluse definitivamente la Salernitana dalla corsa alla promozione in B. Il controricorso fu respinto e fu confermata la sentenza di primo grado. Il club presieduto dal commendatore Matteo Scaramella, tuttavia, non ebbe alcun punto di penalizzazione da scontare nel campionato successivo che vinse a mani basse, visto la forza di un organico che aveva già fatto vedere di essere superiore agli avversari. La Cavese chiuse al terzo posto la stagione, alle spalle di Salernitana e Terni, e davanti ad Ala Littoria e Stabia. Per gli Aquilotti fu la conferma di una crescita costante che la poneva ormai di fatto come una delle squadre più temute dell’intero panorama calcistico regionale e meridionale.

Lo scandalo del tentativo di combine con il portiere Cozzi ricordò ai più anziani le papere di Pasquarelli contro l’Alba Roma nelle semifinali di Lega Sud del campionato di Prima Divisione del 1924/25. Alla Salernitana fu revocata la possibilità di giocarsi la promozione in B come nel 1927 al Torino era stato revocato lo Scudetto dopo il “caso Allemandi” e gli articoli apparsi su “Lo Sport” e “Il Tifone” a firma di Renato Ferminelli. “C’è del marcio in Danimarca” aveva scritto il cronista romano, parafrasando Shakespeare e l’Amleto.

Certo, anche a Salerno, in quella circostanza c’era stato del marcio. I dirigenti della Cavese dimostrarono però di essere più furbi e solerti di quelli salernitani che uscirono dalla vicenda con le ossa rotte. Anche nelle aule del tribunale federale il derby ancora una volta si era tinto di biancoblù. Con buona pace di Viani, Margiotta e dei loro blasonati compagni di squadra.

(fonte Cavese 1919 http://www.cavese1919.it/)

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