LIBRI & LIBRI “Chi può e chi aspetta”, il Meridione riserva per lo sviluppo del Nord e dell’Europa

0
69

Questa volta tratterò di un argomento di cui si parla molto, cogliendo lo spunto di una vecchia ricerca antropologica da cui è nato il saggio di Amalia Signorelli: Chi può e chi aspetta. Giovani e clientelismo in un’area interna del Mezzogiorno, Liguori Editore, Napoli, 1983.

Il focus della ricerca di Amalia Signorelli è la cultura clientelare, in altre parole la chiave di accesso alle risorse che i partiti di massa distribuiscono sul territorio, sono coinvolti dieci paesi della Comunità Montana del Cilento. Lo strumento utilizzato è l’intervista. Obiettivo della ricerca è analizzare due aspetti delle reti di relazione sociali: 1) il sistema di conoscenze e valori per mezzo dei quali gli attori del potere contrattuale danno un senso al proprio agire”; 2) la concezione che gli attori hanno del loro agire non è un prodotto delirante … nasce dalle e per le relazioni che costituiscono la struttura del sistema …”, gli danno senso e significato. In altri termini le “reti clientelari sono un’ideologia” più o meno formale che sostanzia la cultura clientelare, cercare di capire il senso che ha per coloro che sono coinvolti nelle relazioni, è fondamentale. E come ci dice la Signorelli, il senso non si può capire se non si svela la motivazione che sostiene il sistema clientelare: l’allocazione delle risorse. Nel nostro caso risorse che mantengono il gruppo stesso: forza lavoro e consenso dei membri. Gli attori del sistema sono un patron che controlla le risorse e ha potere contrattuale e i clientes che occupano le posizioni più deboli e di minor prestigio. Naturalmente la Signorelli ci ricorda che alla base di tutto questo c’è una buona dose di sfruttamento, fratture sociali che stabiliscono chi è l’oppresso e chi l’oppressore. In una società rurale faceva la differenza essere con la terra o senza la terra, villano o galantuomo, perché era quello il principale mezzo di lavoro e di sopravvivenza; così come in una società capitalistica fa la differenza essere senza denaro o con il denaro, il mezzo che stabilisce la disuguaglianza sociale.

Questa logica come possiamo verificare dalle interviste può realizzarsi soltanto su una cultura ideologica che riconosce la mediazione come strumento di accesso alle risorse che sono nella sfera pubblica (intendiamo dal lavoro fino al certificato di nascita).

L’autrice ci dice che “la funzione socioculturale del patronage è simile. È importante sottolineare, però, che l’intera costruzione ideologica e operativa si regge sull’idea che il patron detiene a buon diritto il controllo delle risorse secondo criteri di preferenza personalizzata”. … il primo risultato che si ottiene è “quello di dividere il fronte tra coloro che sono ammessi e coloro che sono esclusi e di innescare così tra loro dinamiche antagonistiche, di concorrenza …” (A. Signorelli, op.cit., p. 39)

Le dinamiche delle relazioni e i rapporti umani costruiti dalle”culture clientelari” sono l’aspetto più interessante di questo libro. Molte di queste dinamiche sono state approfondite negli anni, ma nessuno, che io sappia, si è mai chiesto dove cercare i segnali di cambiamento e quali fossero.

La cultura clientelare ha resistito negli anni, nonostante la morte dei partiti di massa, ma ritengo che le dinamiche di gestione dei rapporti clientelari sia cambiamenti, ma non è cambiata la costruzione delle reti clientelari, composta non in modo partitico (quindi ideologico) ma affaristico. In passato il partito di massa, come ricostruisce la Signorelli, assumeva l’ampiezza di una “famiglia” e garantiva una capacità elettorale. Oggi i partiti hanno la funzione del marchio più famoso, che è ceduto a chi offre di più ed elettoralmente dipende dalla sua capacità amministrativa, che non ha niente a che fare con i bisogni dei cittadini.

Nel 1983 a un politico, per mantenere la sua rete clientelare, bastava che andasse a Roma dal Ministro di riferimento e attivasse la distribuzione delle risorse. Oggi non è sufficiente, le risorse non sono più solo nazionali. Per esempio, ci sono le risorse europee per le quali i Ministeri sono una”autorità di gestione” che non stabilisce le regole per accedere ai finanziamenti.

Allora mi domando come si è adeguata la rete clientelare che controlla queste risorse? Come riescono a mantenere le istituzioni della Pubblica Amministrazione incastrate in queste reti, mantenendo la logica di “chi può”?

Rispondere spiegherebbe molte cose, a cominciare dalle resistenze a portare professioni adeguate nella Pubblica Amministrazione, a mantenerla in mano ai mediocri, manipolabili appartenenti alla banda di turno. Spiegherebbe perché una Pubblica Amministrazione accomodante è più facile per gli interessi delle imprese private e anche per il cittadino e per il politico che vuole ottenere quello che gli serve nel presente, senza nessuna prospettiva futura. Nessuna azienda privata si sognerebbe di assumere incompetenti nel suo organico (se non è merce di scambio per appalti).

E ora dov’è “chi aspettava” nel 1983? Ho il dubbio che non aspetti più. Le competenze vanno via, è cronaca quotidiana, i giovani a migliaia stanno andando via, sono diventati il nuovo “esercito di riserva dell’Europa”.

A conclusione dobbiamo costatare che le eccellenze in Italia meridionale vanno via o lavorano con la camorra che assolda il meglio, dove la preparazione è ben pagata e spesso messa a disposizione della Pubblica Amministrazione, anzi in qualche caso si sostituisce per dare una mano alle istituzioni mal organizzate e, distrattamente, dimenticano il conflitto d’interesse.

“Queste osservazioni ci hanno portato a toccare un punto nodale per la comprensione non solo dell’ideologia clientelare, ma, ritengo, della cultura meridionale”. Il mio sospetto è che non basti più il consenso per mantenere le clientele, se non si è in grado di far arrivare le risorse il consenso svanisce in una tornata elettorale.

Da parte mia, come cittadina, mi posso solo augurare che la dignità e parola data ai cittadini ritornino a essere valori politici nella scelta dei candidati e soprattutto delle persone da votare.

Amalia Signorelli Nata a Roma, si è laureata nel 1957 discutendo una tesi diretta da Ernesto de Martino, incontrato durante l’anno accademico 1954-1955 mentre teneva un corso di Etnologia nella Facoltà di Lettere dell’Università di Roma. Dal 1959 al 1966 è stata insegnante di scuola media in Calabria. Poi hanno fatto parte dell’Ufficio studi dell’Istituto per lo sviluppo dell’edilizia sociale. Dal 1958 al 1970 ha insegnato presso la scuola CEPAS dell’Università di Roma. All’università di Roma ha anche insegnato Elementi di sociologia e antropologia urbana per la Facoltà di Ingegneria. Dal 1971 al 1977 è stata professoressa incaricata di antropologia culturale nell’Università di Urbino. Dal 1978 è stata professoressa ordinaria nell’Università degli Studi di Napoli Federico II e all’Università “La Sapienza” di Roma. All’Università Federico II di Napoli ha diretto il Centro di ricerca audiovisiva sulle culture popolari. È morta a Roma il 25 ottobre 2017. Dal 2014 scriveva sul sito della testata Il Fatto Quotidiano. Tra le sue pubblicazioni si contano numerosi saggi antropologici. Chi può e chi aspetta. Giovani e clientelismo in un’area interna del Mezzogiorno, è stato pubblicato da Liguori Editore, Napoli, 1983.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.