L’ANGOLO DELL’ANIMA Neonaticidio, infanticidio e figlicidio: le distinzioni e le diverse motivazioni di una tragedia

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La maternità è un periodo spesso idealizzato, delineato nell’accezione collettiva come un periodo idilliaco. Forse però non è sempre adeguato parlare di istinto materno!

In realtà, sarebbe meglio parlare di sentimento materno, in quanto culturalmente e non biologicamente determinato.

Così come tutti i momenti della vita, la maternità si caratterizza per la compresenza di spinte aggressive e spinte libidiche, se vogliamo parlare coi termini di Freud. È il giusto equilibrio tra queste due spinte emotive a renderci sani. L’essere madre porta però con sé, accanto alla gioia, molte angosce, paure, difficoltà, insofferenza, che le donne da sole non sempre possono affrontare, soprattutto quando questi sentimenti diventano insormontabili, arrivando a travolgerle.

Un sentimento, la maternità, nella riunione madre/figlio, che può nascere prima, durante o dopo la gravidanza.

Una condizione che può contenere forte energia, rivolta all’accoglienza di un figlio desiderato, ma che può allo stesso tempo distruggere, con la stessa forza, quando un figlio non è desiderato e ci si trova a partorirlo.

Una maternità non materna: la condizione, forse, di Alessia Pifferi clicca qui per leggere il fatto di cronaca che, più volte, avrebbe riferito, di come non si fosse accorta di essere incinta, se non poche settimane prima del parto. Probabilmente un parto mai desiderato!

I cosiddetti momenti bui, come spesso sono definiti quelli delle mamme che hanno commesso figlicidio, arrivano senza che nessuno se ne accorga. I sentimenti negativi non possono essere espressi o comunicati perché diventare madre “deve” rappresentare un momento bellissimo nella vita di una donna.

Comunemente si tende ad associare il figlicidio materno ad una patologia mentale. Eppure, il figlicidio non è solo un atto di natura patologica, non sempre deriva da una mano dominata da allucinazioni e deliri psicotici e la nostra società non è nuova a queste vicende.

La criminologia fa una distinzione sulla base dell’età della vittima. L’uccisione entro le 24 h dalla nascita è chiamata neonaticidio; l’infanticidio va dal primo giorno di vita al compimento del primo anno di età e, infine, il termine figlicidio si utilizza per i bambini uccisi dal primo anno di vita in poi.

Il motivo di questa distinzione sta proprio alla base della motivazione che porta a commettere il neonaticidio rispetto al figlicidio. Nel primo caso la principale motivazione è quella di impedire l’inizio della vita del feto, per lo più non voluto, e l’istaurarsi quindi di un legame affettivo.

Nel secondo caso, invece, il rapporto è già iniziato e le motivazioni possono essere di gran lunga più numerose.

Nella storia di mamma Alessia, dalle testimonianze più rilevanti emerse, si potrebbe pensare al Figlicidio del bambino non voluto, non desiderato, con un legame mai generato.

E, nonostante, avvenuto, con la protezione della piccola in una sorta di accudimento, con gli oggetti lasciati accanto al suo corpicino. Accudimento, volto a contenere la consapevolezza di poterla anche perdere.

Una confusione, generata probabilmente dal tentativo faticoso di rimettere a posto una storia che lei non ha compreso: quella della sua infanzia.

Uno sforzo da parte di questa donna, volto a risolvere e colmare un grande vuoto che la stava spaventando, insieme all’incapacità di compiere passi adeguati, per la mancata comprensione di ciò che stesse attraversando.

E, con la piccola lasciata nelle condizioni di morire, lei, protagonista, nella distorta consapevolezza di portare a morire una parte di sé che continuava a non riconoscere, con il disegno liberatorio di dover allontanare: quella di madre!

Sicuramente il figlicidio materno è un evento multifattoriale, cioè è determinato da diverse cause, che potremmo chiamare concause, perché un singolo fattore di rischio non comporta necessariamente un atto omicida verso il figlio: solo la presenza congiunta di diversi fattori rende possibile il suo verificarsi.

Sebbene i disturbi psichiatrici siano un fattore di rischio per il figlicidio, la maggioranza delle donne malate non uccide o aggredisce il proprio bambino e alcune delle donne che compiono figlicidio non hanno nessun disturbo.

Oltre alla patologia mentale, sono stati citati in letteratura anche altri importanti fattori di rischio, come ad esempio l’eccessiva dipendenza dagli altri e i conflitti presenti all’interno del nucleo familiare. I fattori di rischio per il figlicidio, rispetto a quelli del neonaticidio, offrono maggiori possibilità di prevenzione, soprattutto nel post-partum, con la possibilità di seguire i casi ad alto rischio.

Sicuramente si può attivare un intervento educativo rivolte alle madri nel tentativo di fornire loro informazioni sulla genitorialità, sulle cure e lo sviluppo del bambino. Si può agire anche all’interno di un supporto empatico o con terapie cognitivo-comportamentali indirizzate sia alle madri che alle coppie di genitori.

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