CINEMA Parasite

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Il film del regista coreano Bong Joon-ho, io l’avrei intitolato “Parasites – Parassiti” in quanto, come si evidenzia con una lettura al di fuori degli schemi convenzionali del fortunato lungometraggio, non sono parassiti solo quelli che più palesemente vivono sulle spalle di altri, ma tutti. Tutti, infatti, vivono sulle spalle di qualcuno, che siano poveri o ricchi, operai o imprenditori, sfortunati e baciati dalla fortuna.

Questo regista coreano, anche se poco conosciuto al grosso pubblico, ha già girato opere importanti che lo collocano tra i giovani registi stranieri promettenti e ben considerati da produttori e critici, pochi ma importanti film che lo hanno collocato tra gli autori destinati ad avere un importante futuro: basti ricordare “Memories of Murder – Memorie di un assassino” del 2003, “The Host – Il padrone di casa” del 2006, “Madre” del 2009.

Ora è venuto fuori con questo nuovo film che lo ha proiettato sullo scenario cinematografico mondiale anche per i numerosi e prestigiosi premi assegnatigli, per ultimo tre Oscar.

A mio avviso, pure riconoscendone il valore, l’opera sembra eccessivamente valutata, ma la critica internazionale e i botteghini l’hanno già premiata.

La storia, semplice e quasi banale, racconta la precaria esistenza di una famiglia povera della Corea del sud che vive di espedienti e furbizie per sbarcare il lunario, alloggiata in un tugurio al di sotto del livello stradale, che prende luce e aria da un’unica finestra la quale, se rimane aperta in caso di pioggia, lo allaga; una coppia di mezza età con due figli, un maschio e una femmina, che vivono, nonostante tutto, in armonia e i figli hanno grande rispetto per i genitori.

Siamo nella Corea del Sud, oramai molto americanizzata, quindi la storia potrebbe essere ambientata anche in una simile località americana: cambierebbe poco.

Un espediente consente al giovane di diventare insegnante di inglese di una adolescente figlia di una ricchissima famiglia coreana che alloggia in una casa lussuosa, al centro di un grande prato all’inglese; una esistenza opulenta che contrasta con la miseria che li circonda, rappresentata dal giovane precettore il quale, conquistata la fiducia dei ricchi proprietari, con una serie di espedienti riesce a sistemare in quella casa anche gli altri familiari, la sorella come insegnante di educazione artistica del figlio, il padre come autista personale del ricco capofamiglia, al posto di quello già in servizio, che fa licenziare, e, infine, la madre come governante e factotum, creando le condizioni per far licenziare quella già in servizio.

La morale è che se giochi bene le tue carte, se fingi bene, se tutti fanno bene le loro mosse, forse ce la fanno. Ma spesso pagando un prezzo enorme.

Quella sfarzosa abitazione nasconde un terribile segreto, a conoscenza della sola governante licenziata: nel sottosuolo esiste un interrato, grande quanto tutta la casa, nel quale è nascosto da anni il marito della governante licenziata, il primo parassita della ricca famiglia. Il cambio della governante crea un problema di sopravvivenza, che viene a galla allorquando, in occasione di un fine settimana che i ricconi vanno a trascorrere in una località di vacanze, la vecchia governante, a conoscenza delle loro abitudini, si presenta in quella casa facendo scoprire il segreto del sotterraneo. E la situazione si aggrava allorquando la famiglia ricca, per un imprevisto mal tempo, torna in anticipo dalla vacanza, e nella lussuosa dimora si trovano insieme a tutta la famiglia povera e alla governante licenziata che ricatta gli altri.

Poco alla volta la situazione precipita, emerge quel mondo del sottosuolo che porterà alla distruzione della famiglia ricca, ma anche di quella povera, oltre che della vecchia governante e del marito: un finale pieno di sangue e di orrore.

Il film, dicevo, evidenzia un mondo di parassiti, termine che in zoologia indica un animale il cui metabolismo dipende, in tutto o in parte, da un altro organismo vivente, detto “ospite”, col quale è associato intimamente e sul quale ha effetti dannosi.

Evidenzia ottimamente il parassitismo come sistema di vita di gente che vive come parassita di altri; e non fa distinzione la cultura, la classe sociale, la condizione economica, in quanto tutti gli uomini risultato parassiti: il povero di quello meno povero, il ricco di quelli che sono meno ricchi, l’operaio dell’imprenditore che gli dà lavoro, l’imprenditore della classe operaia che gli consente di vivere agiatamente, il precettore che tira a campare sulle spalle dell’allievo, l’allievo che sfrutta le conoscenze del precettore per colmare le proprie lacune.

A ben riflettere ciascuno di noi è parassita di un altro e, contemporaneamente, “ospite” di parassiti. E tutto scorre tranquillo fino a quando il sistema si inceppa, e finisce in tragedia.

Non è una bella conclusione, ma purtroppo una triste realtà, la vita è questa, e il film porta proprio a queste riflessioni, che possono apparire deprimenti, ma sono solo realistiche.

Probabilmente sono proprio queste considerazioni, emerse dall’approfondimento del film, che hanno portato all’opera tanti riconoscimenti e i tanti premi assegnati.

Comunque il film è avvincente e coinvolgente, ricco di colpi di scena dall’inizio alla fine, con un accenno anche al disprezzo di una certa categoria di persone nei confronti dei miserabili, identificati dall’odore della pelle e degli abiti, il lezzo delle fogne e dei bassifondi.

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