Seminiamo tutto, raccogliamo poco: il Vangelo che parla alla vita di corsa
Viviamo in un tempo in cui “ricevere” è facilissimo. Informazioni, stimoli, parole, immagini, proposte educative. Tutto ci raggiunge, tutto scorre. Ma quanto di ciò che ascoltiamo attecchisce davvero?
C’è una storia antica che parla sorprendentemente bene del nostro presente iperconnesso. Non è un saggio di psicologia, non è un manuale educativo. È una parabola. E no, una parabola non è una formula matematica: è un racconto breve, concreto, preso dalla vita quotidiana, usato da Gesù per costringere chi ascolta a fermarsi e a pensare.
Nel Vangelo di Matteo (13, 3-9), Gesù racconta di un seminatore che sparge i semi senza fare troppe distinzioni. I semi cadono ovunque: sulla strada, tra i sassi, tra le spine, sulla terra buona. Alcuni spariscono subito, altri germogliano ma non resistono, altri vengono soffocati. Solo una parte porta frutto. Fine della storia. Nessuna morale esplicita, nessuna spiegazione immediata. Solo una frase che pesa come un macigno: «Chi ha orecchi, ascolti».
Tradotto nel linguaggio di oggi: non tutto ciò che ricevi diventa davvero tuo.
Viviamo in un tempo in cui “ricevere” è facilissimo. Informazioni, stimoli, parole, immagini, proposte educative. Tutto ci raggiunge, tutto scorre. Ma quanto di ciò che ascoltiamo attecchisce davvero? Quanto tempo diamo alle cose importanti per mettere radici? La parabola del seminatore parla a chi vive di corsa perché mette il dito nella piaga: non basta essere esposti a contenuti buoni, serve spazio interiore perché quei contenuti crescano.
E qui l’affondo diventa educativo. Perché educare non è semplicemente “seminare”: spiegare, dire, proporre, riempire. Educare è anche lavorare sul terreno. Aiutare i ragazzi a fare silenzio, a reggere la fatica dell’approfondimento, a non mollare alla prima difficoltà. In un mondo che premia la velocità, questa è una scelta controcorrente. Eppure necessaria.
La parabola non accusa, non giudica. Descrive. E ci lascia una domanda aperta, scomoda ma onesta: se oggi seminiamo tanto e raccogliamo poco, siamo sicuri che il problema sia il seme? O abbiamo smesso di prenderci cura della terra, dentro e fuori di noi?
Forse il vero atto rivoluzionario, oggi, non è dire di più. È creare le condizioni perché qualcosa possa finalmente crescere.







