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Chiudiamo gli occhi ai morti perché la vista non sa cos’è la vita

L’occhio umano rincorre forme, colori, contorni. L’anima invece riconosce assenze, silenzi, profondità

Chiudiamo gli occhi ai morti perché la vista non sa cos’è la vita

Chiudiamo gli occhi ai morti come se lo sguardo fosse l’ultima frontiera della vita.
Come se bastasse una pupilla aperta a trattenere ancora qualcuno nel mondo. Eppure gli occhi sono forse la parte più fragile e più ingannevole dell’esistenza. Vedono la superficie delle cose, mai il loro peso.
Raccolgono la luce, ma ignorano quasi sempre la verità.

La vista è un senso idolatrato.
Ci convince che ciò che appare coincida con ciò che è. Che un volto racconti una persona.
Che la bellezza sia innocenza. Che l’ombra sia colpa.
Ma gli occhi non sanno leggere il dolore sedimentato negli anni, non sanno misurare le rinunce, non vedono le crepe interiori, non distinguono chi sopravvive da chi vive davvero.

Ci sono anime lucidissime nel buio e persone morte da anni che continuano a guardare.
Forse è per questo che chiudiamo gli occhi ai morti: perché davanti alla morte comprendiamo finalmente il limite dello sguardo. Comprendiamo che vedere non è conoscere. Che osservare non è capire. Che la luce stessa può mentire.

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La vita autentica accade altrove: nella coscienza, nella memoria, nella capacità di sentire, nelle ferite che nessuno vede, nelle notti attraversate senza testimoni.

L’occhio umano rincorre forme, colori, contorni. L’anima invece riconosce assenze, silenzi, profondità.
E forse il gesto di chiudere gli occhi a un morto non serve a separarlo dalla vita, ma a liberarlo definitivamente dall’equivoco dell’apparenza.
Come se dicessimo, con infinita tenerezza: “Adesso non hai più bisogno di guardare. Adesso puoi finalmente vedere.”

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Foto di Guglielmo Scarlato

Guglielmo Scarlato

Guglielmo Scarlato, salernitano, avvocato cassazionista, deputato per tre legislature tra il 1983 ed il 1994. Studioso di diritto, è stato professore a contratto di Diritto Penale…

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