scritto da Gennaro Pierri - 12 Gennaio 2026 08:00

Bella Ciao sotto le volte del Duomo: il funerale di Nogaro e l’Italia delle contraddizioni

Il canto partigiano intonato al funerale del vescovo emerito di Caserta diventa simbolo di un paradosso tutto italiano. Tra fede, impegno civile e memoria collettiva, la figura di monsignor Nogaro riapre il dibattito sui confini – sempre più sfumati – tra Chiesa, politica e umanità

«E quando uscirà quel feretro… si è levata Bella ciao.» Così raccontano alcuni resoconti di cronaca attorno alle esequie di monsignor Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta scomparso qualche giorno fa. È già immagine che fa discutere: nel Duomo di Caserta, dopo la liturgia funebre, dalla folla si è levato il canto partigiano legato alla Resistenza e, negli anni, a molte battaglie civili e politiche del nostro paese.

Questa coincidenza musicale sembra squadernare davanti agli occhi di tutti non soltanto il legame tra fede e politica, ma anche il senso profondo e contraddittorio della memoria pubblica italiana.

Nogaro non era un uomo qualunque: fu pastore appassionato in una terra difficile, denunciò con forza la camorra e le ingiustizie sociali, si fece interprete di un Vangelo “in uscita” che soffriva assieme agli ultimi. Ciò gli guadagnò rispetto e ammirazione, ma anche critiche da chi riteneva che il ruolo di un vescovo debba restare rigorosamente entro i confini della fede sacramentale e non scivolare in battaglie politiche identificate con questa o quella parte.

Ed è qui che Bella Ciao diventa simbolo, o sintomo: non tanto un’invasione partitica al funerale di un uomo di Chiesa, ma la proiezione di un’Italia che non sa più distinguere – o non vuole più – tra memoria storica, impegno civile e luoghi religiosi. Per alcuni è gesto di gratitudine spontanea: un richiamo alla lotta per la dignità e la libertà. Per altri, un’intrusione inopportuna e politicamente schierata in un momento di dolore e raccoglimento.

La Chiesa di Caserta ha ricordato Nogaro come guida e uomo di pace e carità. Ma il dibattito resta aperto: cosa significa oggi commemorare un pastore che ha voluto essere vicino alle sofferenze di tutti? È possibile separare il cristiano dal cittadino, il simbolo dalla fede, il canto popolare dal rito sacro?

Forse la domanda più seria non è se si dovesse o no intonare quella canzone, ma perché sentiamo ancora il bisogno di etichettare ogni gesto umano come politico o dogmatico. Forse Nogaro, più di altri, ci invita a chiederci: dove finisce la semplice umanità e dove comincia la fede? E fino a che punto siamo pronti ad accogliere questa tensione senza rinnegarla?

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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