Vietri, la ceramica tra tardo Impero e Rinascimento raccontata dal professor Paolo Peduto

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A  raccontare alcuni aspetti della produzione ceramica tra la fine dell’Impero Romano e il Primo Rinascimento, durante il penultimo degli “Incontri di Cultura” organizzati dai soci della “Congrega Letteraria”, con la supervisione dei Direttori Artistici Antonio Gazia e Alfonso Mauro e con la collaborazione di Francesco Citarella,  all’interno del suggestivo oratorio dell’Arciconfraternita della SS. Annunziata del SS. Rosario di Vietri sul Mare, è stato il professor Paolo Peduto, Ordinario di Archeologia all’Università di Salerno.

Il professor Peduto, che ha apprezzato la mostra mercato della Bottega Artigiana Relazionale, esposta nell’Oratorio, presentata dall’architetto Daniela Scalese,  dopo aver evocato il mondo antico leggendo un epigramma di Omero, ha ricordato che Sanniti, Etruschi e Greci, espressero attraverso i grandi crateri  figurati (vasi nei quali si miscelava acqua e vino), la loro religione:”Ve ne sono di stupefacenti nel Museo Provinciale di Salerno e nel Museo Nazionale di Paestum”.

L’archeologo salernitano, ha spiegato che con i Romani si era sviluppata una vera e propria “industria” ceramica:” Perduta la singolarità dell’artista, si realizzavano solo prodotti comuni di uso quotidiano, come le stoviglie, di bassa qualità: sulla mensa dei ricchi si preferivano i vassoi in metallo. Si producono ancora anforacei per liquidi, ma si perde quasi del tutto l’uso delle forme aperte come le scodelle che venivano fabbricate in legno di bosso, materiale più costoso, ma più resistente della ceramica”.

Il professore ha raccontato anche che nel VII e nell’VIII secolo, si produssero in ceramica anche gli scaldini:” Venivano usati d’inverno per riscaldare il letto, certo con qualche rischio poiché bisognava stare molto attenti alle braci contenutevi”. Da archeologo, il professor Peduto ha spiegato che: ” La ceramica, un tempo diffusa come la plastica oggi, diviene per l’archeologo, che deve datare gli strati archeologici che contengono quasi sempre frammenti di ceramica, il fossile guida per eccellenza”.

Il professor Peduto ha raccontato che durante l’VIII – IX secolo, sulle tavole dei maggiorenti si diffonde l’uso dei boccali e delle bottiglie invetriate al piombo:” Veniva definita “vetrina pesante” perché era poco depurata. Si è ipotizzato che la scomparsa della produzione invetriata tardo romana sia stata determinata dall’aver capito che il saturnismo (avvelenamento da piombo), era causato dallo sciogliersi dell’ossido piombifero a contatto con i liquidi, in particolare con il vino e con l’olio”.

“A partire dall’827”, ha spiegato il professore,  “ giungono sulle coste italiane prodotti ceramici provenienti dalla Persia, dalla Siria, dall’Egitto e dai centri bizantini di Atene e di Corinto.  Queste ceramiche aggiungono alla funzione specifica dell’oggetto delle raffinate qualità decorative”.

Il professor Peduto ha raccontato che i mercanti amalfitani, nel X –XI secolo, importavano nell’Italia meridionale prodotti di lusso come i cosiddetti “bacini” che venivano installati sulle facciate degli edifici:” Erano delle scodelle smaltate o invetriate che venivano donate alla chiesa dai cavalieri o dai pellegrini di rango che erano stati in Terrasanta. Anche a Salerno ve ne erano, posti al centro di alcuni rosoni a tarsie che decoravano Castel Terracina, la reggia di Roberto il Guiscardo”.

Il professor Peduto ha parlato anche di ceramica dipinta su ingobbio sotto vetrina piombifera, (invetriata dipinta), e di “protomaiolica”. Durante gli scavi effettuati a Ravello il professor Peduto ha rinvenuto numerosi oggetti realizzati con la tecnica dell’invetriata dipinta:”  Sulla mensa principesca dei Rufolo questi prodotti dovevano essere ben graditi”.

Il professore ha anche spiegato la tecnica della “graffita:” Consiste nel distendere sul corpo ceramico uno strato di ingobbio  su cui si incide con una punta un disegno, dopo una prima cottura vengono dati i colori su cui si distende la vetrina piombifera”.  Il professore ha concluso spiegando che a partire dalla fine del XV secolo le importazioni islamiche vengono sostituite dalle maioliche: “Agli inizi del XVI secolo vengono esportate, dalle faenzere italiane anche nelle Americhe da poco scoperte”.

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