Acqua pubblica, percorso sempre più ad ostacoli

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Nel mentre i Comitati per la pubblicizzazione della gestione delle risorse idriche nei Comuni serviti da Ausino, tra cui Cava de’ Tirreni, Vietri sul Mare,  Salerno, Pontecagnano,  alcuni dell’Alto Sele e quelli della Costa Amalfitana, e i 76 serviti da Gori, facenti parte dell’attuale A.T.O. 3, si danno da fare per ottenere, i primi,  la trasformazione di Ausino in Azienda Speciale Consortile di Diritto Pubblico, e gli altri la estromissione  di Gori (sempre più problematica e improbabile), è opportuno fare qualche approfondimento sulla complessa vicenda.

Prima, però, è necessario esaminare un fatto nuovo che ha interessato la questione dell’Ausino, per la trasformazione del quale il Comune di Cava de’ Tirreni, uno di quelli inizialmente impegnati nella trasformazione, aveva avuto un momento di esitazione ed aveva interpellato l’Agenzia per la Concorrenza per sapere se vi fossero impedimenti alla trasformazione dell’Ausino in Azienda speciale consortile; è di pochi giorni fa la risposta dell’ AGCOM nella quale si legge che è la legittima la trasformazione; pertanto giustamente i Comitati sono tornati alla carica per far si che il Sindaco Servalli esca finalmente dall’incertezza e si renda capofila dell’operazione, rispettando l’impegno assunto.

Ma non guasta un esame un tantino approfondito della diatriba tra il privato e il pubblico che si dividono la gestione di un bene universale e primario qual è, appunto, l’acqua, partendo dal referendum del giugno 2011 con il quale  circa 26.milioni di italiani espressero la loro volontà che la gestione dell’acqua sia pubblica; ma quel risultato fino ad oggi  è stato messo in discussione più volte, essendo state approvate norme, centrali e locali, che, per la gestione dei servizi idrici, lasciano ampi spazi ai privati.

E’ inammissibile che i vari governi succedutisi, i vari governatori regionali e i vari sindaci abbiano volutamente ignorato, salvo pochissime eccezioni, il risultato di quel referendum, strumento democratico di partecipazione diretta del cittadino alla gestione della cosa pubblica.

Qualche tempo fa Stefano Rodotà, sulle pagine di Repubblica, scrisse che “”se l’operazione di privatizzazione andrà in porto, il tentativo di creare occasioni e strumenti propizi ad una rinnovata fiducia dei cittadini per le istituzioni rischia di essere vanificato. Se il voto di milioni di persone può essere aggirato e messo nel nulla, il disincanto e il distacco dei cittadini cresceranno e crollerà l’affidabilità degli strumenti democratici (invero sempre più esigui – n.d.r.) se una maggioranza parlamentare può impunemente travolgerli””.

C’è però anche da dire, purtroppo, che questa situazione è l’inevitabile epilogo di una gestione che è sempre stata pubblica ma che ha procurato incalcolabili danni, per riparare i quali oggi sembra si sia costretti a ricorrere alla gestione privata.

La questione della privatizzazione è nata dalla grave crisi del settore che, trascurato nei decenni di cattiva gestione pubblica, è diventato la cenerentola dei servizi pubblici.

Oggi per rilanciare la gestione delle risorse idriche e renderla efficiente, occorrono ingenti investimenti. La rete idrica italiana ha una dispersione (vale a dire perdite di acqua dalla rete) di circa il 37 %  (ma nel sud arriva al 43%), mancano gli impianti di depurazione, la manutenzione è scarsa e in alcune zone inesistente. Nel 2012 l’Autorità per l’energia calcolò che per tappare la enorme falla occorreva spendere 65 miliardi di Euro in 30 anni.

E’ chiaro che il pubblico non sa spendere le risorse, è carente nei controlli, lento nelle realizzazioni, ed è chiaro che, in alternativa, si è costretti a ricorrere ai privati per investimenti a medio – lungo termine.

Ma è anche chiaro che il privato, nella gestione di un bene di vitale importanza per l’uomo, non può, “ad libitum”, decidere anche le tariffe le quali, infatti, sono stabilite dall’Autorità, secondo criteri fissati al livello nazionale.

E’ incontrovertibile che negli ultimi anni ci siano  stati aumenti di tariffe, non sempre legati alla privatizzazione.

Secondo l’Osservatorio dei prezzi e delle tariffe di Cittadinanza attiva, nel 2015 una famiglia italiana ha speso in media Euro 376,00 con un aumento del 5,9 % rispetto al 2014, ma di ben il 61,4 % rispetto al 2007.

E’ anche incontrovertibile che, nei decenni di gestione pubblica del servizio, gli enti locali hanno consentito che i cittadini perpetrassero tutti gli abusi possibili e, “in primis” , il mancato pagamento dei consumi e l’utilizzo spropositato dell’acqua, abusi che ancora oggi si perpetrano da parte di tanti, e che non è con il pugno duro di gestori privati come Gori che si potranno azzerare.

Ma, per concludere, non è la privatizzazione la strada da seguire, anche per il rispetto della volontà referendaria; è necessario che, come ha fatto il Comune di Napoli, la gestione dell’acqua venga affidata a società pubbliche, ma serie e ben gestite, e che abbiano una “mission” chiara e una gestione trasparente, e che gli enti pubblici esercitino controlli efficienti.

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