65 anni fa l’alluvione che investì Cava, Salerno e la Costiera Amalfitana. Cronaca di una tragedia dimenticata

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Nella vita è questione di fortuna, anche per essere ricordati negli annali degli avvenimenti che hanno segnato la nostra storia. E’ quello che è accaduto con l’alluvione del 25 ottobre 1954 che investì Salerno e le zone limitrofe, tra cui anche Cava de’ Tirreni.

 318 vittime, 250 feriti, 5mila senza tetto: la più grande tragedia italiana per vittime dovute al dissesto idrogeologico dopo il Vajont. Il 25 ottobre del 1954 Vietri sul Mare , Cava de’ Tirreni, Salerno, Maiori, Minori, Tramonti, furono colpiti da un’alluvione che cambiò per sempre il loro futuro.

La perturbazione proveniva dalla Liguria, si spostò verso il Sud della penisola, raggiungendo nel primo pomeriggio la provincia di Salerno. La pioggia cominciò a cadere insistentemente, ma lentamente, fin dall’ora di pranzo, divenendo più intensa verso le 17. Era di lunedì e nessuno avrebbe mai pensato al peggio, ma le precipitazioni aumentarono di intensità nella serata, assumendo le caratteristiche di un vero e proprio nubifragio. Tra le 20 e le 24 ci fu un diluvio, acqua e vento spazzarono via tutto, e continuò a piovere per tutta la notte. In meno di 24 ore caddero più di 500 mm di pioggia.

Le devastazioni furono immense  con frane, voragini , ponti crollati, strade e ferrovie distrutte in più punti. La zona più colpita fu quella della costiera amalfitana, fino alla città di Salerno . Una frana si staccò da una montagna da poco disboscata  e spazzò via il villaggio di Molina. L’epicentro fu sui monti di Cava de’ Tirreni, da cui scendono i torrenti Bonea e Cavaiola, che trascinarono a mare una tale quantità di detriti da dare vita all’attuale spiaggia di Vietri. Tutta la costa del salernitano cambiò il suo aspetto. A Salerno, le zone più colpite furono i rioni di Canalone, Annunziata, Olivieri e Calata San Vito.

Eppure di questo disastro la memoria nazionale sembra averne persa memoria.

Alfonso Gatto, poeta, scrittore e giornalista salernitano, sulle pagine del settimanale Epoca scrisse: “Sono note, scritte in fretta in questa notte. Il giornale deve uscire e io sono nato a Salerno, conosco piazza Luciani e Porta Catena, quel palazzo Olivieri che dalla strada di Vietri come un piccolo grattacielo scende al mare di via Ligea: sono i luoghi del nubifragio ed erano i luoghi dell’ amore, delle prime malinconiche affacciate con la testa sulle mani alla terrazza del golfo. Mi hanno telefonato molti amici. Salerno sono io, Amalfi è Afeltra intento al Corriere a pensare grandi titoli di lutto per la sua piccola repubblica…”. Parole toccanti che fanno recepire l’immensità della tragedia che si consumò in quella notte mortale.

Erano gli anni del boom economico e l’espansione edilizia marciava a ritmi serrati, senza minimamente prendere in considerazione l’assetto del territorio. Gli argini fluviali venivano incanalati dal cemento per aumentare le zone edificabili, il disboscamento dissennato aumentava le frane e nella notte tra il 25 e il 26 ottobre giunse, improvvisa e devastante, la richiesta di pagamento per queste politiche scellerate.

Il presidente della Repubblica, Luigi Einaudi arrivò sul posto dopo tre giorni. I danni vennero calcolati in più di cinquanta miliardi di lire dell’ epoca, e l’ opera di ricostruzione fu lunga e piena di problemi.

Il ricordo di quella immane tragedia si allontana ogni anno di più, mentre continuano le scelleratezze dell’uomo ai danni di un territorio geologicamente a rischio.

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