Cava de’ Tirreni: tra chiese silenziose e vite in affanno, dove cerchiamo senso?
Le palestre piene e le chiese vuote non sono una gara persa o vinta. Sono il segno di un cambiamento più profondo
A Cava de’ Tirreni non servono statistiche per accorgersene: basta camminare la domenica mattina. Le strade sono vive, i bar pieni, qualcuno corre sul corso, qualcuno sale verso i sentieri dei monti. Ma nelle chiese, spesso, l’eco supera le voci. Non è una denuncia nostalgica, né un lamento clericale. È una domanda civile. Profondamente civile.
Perché non stiamo parlando solo di fede, ma di come una comunità si riconosce, si racconta, si prende cura di sé. Cava è una città che ama definirsi “a misura d’uomo”, eppure corre sempre più veloce. Tra lavoro precario, famiglie che tengono insieme tutto con fatica, giovani che stentano a trovare lavoro e anziani sempre più anziani, la ricerca di senso sembra diventata un fatto privato, silenzioso, quasi imbarazzante.
Le palestre piene e le chiese vuote non sono una gara persa o vinta. Sono il segno di un cambiamento più profondo: abbiamo imparato a prenderci cura del corpo, meno dell’interiorità condivisa. Allenarsi è necessario, sacrosanto (vorrei anche io iscrivermi in palestra ma sto cercando di vincere la mia pigrizia!). Ma una città vive solo se allena anche il pensiero, la coscienza, la relazione.
Cava ha una storia religiosa importante, visibile nelle pietre, nelle feste patronali, nelle processioni che ancora la attraversano. Ma il rischio è che tutto resti folclore, tradizione senza domanda, identità senza interrogativi. Una fede ridotta a cornice, non più a linguaggio capace di parlare all’oggi.
E attenzione: non si tratta di “tornare indietro”, né di imporre visioni confessionali in una città pluralista. La sfida è più sottile e più urgente: che spazio di ascolto, di silenzio, di gratuità offriamo come comunità? Dove si impara a dare un nome al dolore, al limite, alla speranza?
Una città degna di tale nome non minimizza la dimensione spirituale: la interroga, la mette in dialogo, la rende risorsa e non la relega a determinate occasioni o particolari feste. Se la fede scompare dallo spazio pubblico, non scompare il bisogno di senso: cambia solo padrone. E allora adoriamo la performance, il successo, l’apparire. Nuovi altari, stessi vuoti.
Forse la domanda vera, oggi a Cava de’ Tirreni, non è quante chiese restano aperte (e per nostra fortuna le nostre lo sono ancora), ma quanti luoghi restano umani. E se non siamo disposti a prenderci cura di questo, nessuna palestra, per quanto affollata, potrà allenare il cuore di una città.







