scritto da Gennaro Pierri - 05 Gennaio 2026 07:53

Cava de’ Tirreni, si è chiuso il Giubileo e l’omelia dell’Arcivescovo diventa un messaggio per la città

L'omelia dell'Arcivescovo Soricelli per la chiusura del Giubileo diocesano sfida la città a superare la distrazione e il consumo immediato di eventi. Il messaggio invita a costruire il futuro attraverso la speranza pratica, l'immaginazione civile e il coraggio di compiere scelte lungimiranti per il bene comune

foto di Angelo Tortorella

Lo scorso 28 dicembre nella nostra concattedrale si è chiuso il giubileo della diocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni. Un evento per addetti al lavori? Banalmente si potrebbe dire di sì! Ma andando a rileggere l’omelia dell’arcivescovo Soricelli ci si rende conto che in essa c’è un messaggio che nasce in un contesto religioso, ma che ha il difetto — o il merito — di voler disturbare anche la città laica. È il messaggio che accompagna la fine di un grande evento: non tutto finisce quando si abbassano le luci. Anzi, è proprio lì che comincia la parte più difficile.

Una città distratta vive di scadenze, inaugurazioni, slogan. Passa rapidamente da un evento all’altro senza chiedersi cosa resta davvero. Questo messaggio dice il contrario: se un’esperienza non cambia il quotidiano, allora è stata solo una parentesi ben organizzata.

Parla di speranza, ma non in modo consolatorio. Parla di speranza come pratica. Una parola scomoda per una città che spesso preferisce la gestione dell’emergenza alla costruzione del futuro. Speranza, qui, significa lavoro dignitoso, relazioni che tengono, attenzione a chi resta indietro, capacità di leggere la storia senza cinismo. Tutte cose che non fanno rumore, ma fanno città.

C’è poi un invito all’immaginazione. Che, tradotto in termini civili, è una critica diretta alla miopia urbana. Una città senza immaginazione amministra l’esistente e lo chiama realismo. Una città che immagina, invece, rischia: cambia linguaggio, ripensa gli spazi, investe su cultura, educazione, legami sociali. Senza immaginazione non c’è futuro, solo sopravvivenza.

Il messaggio parla anche di coraggio. Non quello retorico dei proclami, ma quello quotidiano delle scelte impopolari: prendersi cura dei fragili invece di rimuoverli, investire sul lungo periodo invece che sul consenso immediato, restare fedeli a una visione quando conviene voltarsi dall’altra parte. In una città distratta, il coraggio è diventato una virtù controcorrente.

E poi c’è la pazienza. Forse la provocazione più forte. In un tempo che pretende risultati immediati, questo messaggio dice che la fretta rovina tutto: le relazioni, i processi sociali, le trasformazioni vere. Le città che crescono davvero non sono quelle che accelerano sempre, ma quelle che sanno aspettare, ascoltare, accompagnare.

Alla fine, la domanda che questo messaggio pone a una città non è solo religiosa, ma politica e culturale: vogliamo limitarci a consumare il presente o abbiamo ancora il coraggio di generare futuro? Perché generare futuro significa smettere di vivere di nostalgia e di paura.

E qui poi le cose iniziano a complicarsi!

È un messaggio scomodo perché non offre soluzioni rapide. Chiede visione, responsabilità, tempo. E soprattutto chiede di smettere di essere distratti.

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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