Cava de’ Tirreni, la rivoluzione silenziosa del calendario: Cava e il coraggio di ricominciae
Il rito annuale del cambio del calendario diventa, per la comunità metelliana, un potente atto di fiducia civile e responsabilità. In una città che cerca un nuovo senso, voltare pagina non è solo un gesto simbolico, ma il riconoscimento che il futuro resta uno spazio aperto e abitabile, pronto per essere scritto da chi non smette di sperare
Ogni anno, puntuale come un rito discreto, nelle nostre case accade una piccola rivoluzione silenziosa: il calendario viene cambiato. Si stacca quello vecchio dal muro, si apre una nuova agenda, il telefono aggiorna automaticamente le date. Nessun applauso, nessuna cerimonia ufficiale. Eppure quel gesto minuscolo dice molto di noi e della città che abitiamo.
Cambiare il calendario non serve davvero a far scorrere il tempo: il tempo scorre comunque, incurante dei nostri fogli e delle nostre app. Serve a noi. Serve a dirci che il tempo non è solo qualcosa che ci attraversa, ma qualcosa che possiamo abitare, interpretare, orientare.
In una città, dove convivono visioni diverse del mondo, il cambio del calendario resta uno dei pochi riti condivisi. Non chiede adesioni ideologiche, non impone linguaggi religiosi, non seleziona i partecipanti. È un gesto civile, quasi democratico: tutti, in modi diversi, ci riconosciamo in quell’idea semplice che un nuovo inizio sia possibile.
Scrivere una data nuova non è un atto neutro. È una presa di posizione: significa dire che il futuro merita spazio, che non tutto è già deciso, che il domani non è soltanto la somma stanca degli ieri. Anche chi non fa buoni propositi, anche chi diffida delle svolte simboliche, avverte -magari senza dirlo – che qualcosa potrebbe cambiare.
Il calendario, appeso in cucina o nascosto nello schermo di uno smartphone, è una mappa di responsabilità. Ogni giorno numerato ci ricorda che il tempo non è infinito, ma nemmeno vuoto. Può essere sprecato, subìto, oppure scelto.
In questo senso, cambiare calendario è un atto profondamente spirituale, anche senza nominare Dio: è il riconoscimento che la vita non è solo durata, ma direzione. Che le giornate non valgono tutte allo stesso modo, ma si caricano di senso a seconda di come le attraversiamo.
Penso, sommessamente che Cava ha fame di una spiritualità sobria, non urlata, che non prometta miracoli ma chieda verità. Il calendario nuovo non promette nulla: non garantisce felicità, successo, pace. Ma offre uno spazio pulito, non ancora scritto. E questo basta per interpellarci.
Cambiare il calendario non cambia la vita da solo. Ma senza quel gesto simbolico, rischieremmo di vivere in un tempo indistinto, dove tutto scorre e nulla resta. Voltare pagina, invece, è un atto di fiducia civile: significa credere che il tempo possa ancora essere tempo buono, tempo abitabile, tempo umano.
E forse è proprio questo, oggi, il compito più alto che attende una città e noi tutti metelliani: non smettere di credere che il tempo possa avere senso, e che ogni nuovo anno non sia solo un numero che cambia, ma una possibilità che chiede di essere accolta.







