Cava de’ Tirreni, il Pd paralizzato e il centrosinistra in bilico: Accarino tra speranze, veti e rischi di implosione
Il campo largo non ha ancora un candidato mentre il Pd cavese è bloccato da divisioni interne sempre più profonde. La candidatura Accarino divide, i giovani spingono per un nome “di casa” e gli alleati restano alla finestra. Senza una svolta immediata, il centrosinistra rischia il sicuro tracollo alle prossime comunali
Siamo, giorno più giorno meno, a tre mesi dalle prossime elezioni comunali. Il quadro dei candidati comincia a delinearsi: Raffaele Giordano, Luigi Petrone, Eugenio Canora, Armando Lamberti. E con ogni probabilità altri ancora si aggiungeranno.
All’appello manca però il candidato della maggioranza uscente, quel centrosinistra che oggi si presenta sotto l’etichetta del “campo largo”, comprendendo anche il Movimento Cinque Stelle. A bloccare tutto è il Partito Democratico cavese, paralizzato da divisioni interne che ormai nessuno riesce più a nascondere.
Dopo gli anni difficili – il termine è un eufemismo – dell’Amministrazione Servalli, era chiaro che per il Pd non sarebbe stato semplice scegliere un candidato sindaco e definire una strategia credibile. Il clima cittadino non è favorevole al centrosinistra, e in particolare al Pd. Eppure questa coalizione conserva ancora una forza elettorale tutt’altro che marginale.
Le difficoltà erano prevedibili, ma un’impasse così lunga e così evidente ha sorpreso anche gli osservatori più attenti. E dire che la strada sembrava tracciata: puntare su un candidato esterno, di area, possibilmente espressione della società civile. Se le indiscrezioni sono fondate, è proprio questa l’opzione che raccoglie più consensi tra i dirigenti democrat. E il nome che circola con maggiore insistenza è quello di Giancarlo Accarino.
All’interno del Pd, però, c’è una minoranza tutt’altro che irrilevante, composta soprattutto da giovani esponenti considerati “di prospettiva”, che non sembra affatto convinta della candidatura Accarino. Anzi, secondo quanto trapela, la contrarietà sarebbe così forte da far ipotizzare perfino una rottura, con la nascita di una lista autonoma. Uno scenario che avrebbe effetti devastanti per il Pd e per l’intera coalizione di centrosinistra.
Se le cose stanno così, una parte significativa del partito non boccia solo il nome di Accarino, ma forse anche l’idea stessa di puntare su un candidato esterno. Resta da capire se il problema sia davvero Accarino o se, più semplicemente, i giovani rampanti del PD puntino a imporre un candidato sindaco scelto tra loro.
La questione non è secondaria. Perché se l’obiettivo è questo, lo scenario cambia radicalmente. In tal caso sarebbe impossibile presentarsi agli elettori con la minima parvenza di discontinuità rispetto alla gestione Servalli. E sarebbe altrettanto difficile attribuire solo all’ex sindaco le responsabilità del fallimento politico-amministrativo degli ultimi anni. Nessun esponente dell’attuale maggioranza – e ancor meno del Pd – può chiamarsi fuori da una debacle che ha radici collettive.
Per lo stesso motivo, se qualche dirigente democrat ritiene di avere la legittimazione per candidarsi a sindaco, perché non dovrebbero rivendicarla anche gli esponenti degli altri partiti della coalizione? Anche loro, nel bene e nel male, hanno avuto un ruolo nella stagione amministrativa che tra pochi mesi si chiuderà.
A questo punto diventa difficile capire perché i partiti moderati e riformisti – e lo stesso Movimento Cinque Stelle – non decidano di prendere in mano la situazione, proponendo loro un nome, o più di uno, al tavolo del centrosinistra e quindi a un Pd ancora indeciso.
Per essere concreti: perché non avanzare le candidature della socialista Antonella Garofalo o del consigliere di Azione Federico De Filippis? O, meglio ancora, perché non proporre un esponente del Movimento Cinque Stelle come Giuseppe Benevento, professionista stimato e soprattutto non compromesso con il fallimento politico-amministrativo della maggioranza uscente?
L’unico nome che i partiti moderati, riformisti e i Cinque Stelle dovrebbero evitare di proporre, almeno per ora, è proprio quello di Giancarlo Accarino. Farlo adesso significherebbe esporlo al rischio di bruciarlo definitivamente. La sua candidatura, se lanciata da altri partiti, verrebbe percepita come una forzatura, se non come una mortificazione per quella parte del Pd che lo osteggia. Invece di favorire una ricomposizione interna, si finirebbe per aggravare le divisioni.
Il centrosinistra, così com’è, rischia seriamente di perdere le prossime elezioni comunali. Con Accarino potrebbe ancora tentare una rimonta, per quanto tutt’altro che semplice. Anzi, per come si sono messe le cose, il campo largo dovrebbe quasi comportarsi come i Re Magi e andare a chiedere ad Accarino di prendersi questa patata bollente. Non sembrano esserci alternative credibili. E tutto questo, naturalmente, a condizione che il Pd non imploda. In caso contrario, sarebbe il “si salvi chi può”. Non serve certo la zingara per immaginare un epilogo del genere, tanto questa vicenda appare tormentata e, per molti versi, persino surreale.
Il potere, purtroppo, annebbia la vista e offusca la mente. Dieci anni di poltronismo producono effetti patologici sulla politica. Il rimedio più logico, ma anche democratico, sarebbe un periodo di sana opposizione. Il Pd metelliano, nella sua interezza, non sembra averne ancora preso coscienza. Prima lo farà, e meno sarà costretto in futuro ad autoflagellarsi.







