scritto da Redazione Ulisseonline - 07 Gennaio 2026 16:48

Cava de’ Tirreni, Epifania nella Parrocchia di San Michele Arcangelo: dalla violenza alla cura. Una comunità che sceglie di non tacere

La Parrocchia di San Michele Arcangelo di Cava de’ Tirreni, si è interrogata pubblicamente sul nesso profondo tra violenza e cura, scegliendo di non relegare il tema a un fatto privato o emergenziale

foto tratta da profilo Fb

Riceviamo e pubblichiamo

In occasione della celebrazione dell’Epifania, una comunità riunita in chiesa ha scelto di riflettere pubblicamente su due parole che interrogano il nostro tempo: violenza e cura. Non una celebrazione rituale fine a se stessa, ma un momento condiviso di ascolto e responsabilità, in cui sette voci diverse hanno offerto brevi testimonianze, oggi raccolte in un unico racconto corale.

Tra i simboli evocati, il “signal for help”, segno silenzioso ma eloquente della lotta contro la violenza, ha ricordato come spesso il grido delle vittime non abbia voce. Riconoscerlo non è un atto opzionale, ma una responsabilità collettiva. In questo senso, la comunità cristiana è chiamata a essere luogo sicuro, spazio di ascolto, presenza discreta, capace di una cura che non si limiti all’emergenza, ma sappia farsi accompagnamento, competenza, rete, tempo condiviso.

L’Epifania, del resto, parla proprio di questo: della manifestazione di Dio ai lontani, ai fragili, a chi è in cammino. Non solo annuncio, ma gesto concreto di prossimità, presenza che genera speranza.
La violenza nasce quando l’altro smette di avere valore. Anche ai tempi di Gesù esistevano forme profonde di esclusione che oggi definiremmo violenza sociale: bambini considerati “non persone”, donne relegate a una perenne minorità, pastori emarginati e ritenuti impuri. Gesù rovescia questo ordine, nasce tra i piccoli, sceglie le donne come prime testimoni della Risurrezione, affida l’annuncio ai pastori. Abitando la fragilità umana, restituisce dignità a chi era ai margini e mostra che la debolezza non è un difetto, ma un valore. Superare il sopruso, oggi come allora, significa riconoscere nell’ultimo la stessa sacralità del primo.

Risuona allora, attualissima, la domanda biblica di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?».

È il rifiuto di prendersi cura dell’altro, l’indifferenza che ancora oggi genera violenza. Da qui l’urgenza di una società fondata su relazioni di fraternità, dove ciascuno si senta responsabile dell’altro.
Durante la celebrazione, un altro simbolo ha guidato la riflessione: un fiocco arancione, indicato come la “cometa” da seguire oggi. Un segnale che invita a non voltarsi dall’altra parte davanti a chi chiede aiuto, a chi subisce un torto, un abuso, una violenza. Come i Magi, accorrere verso le famiglie in difficoltà, i bambini fragili, le donne sole, per tracciare insieme la strada di un mondo più giusto e pacifico.

Lo sguardo si è poi posato su Maria, così come ricordata da Papa Francesco: silenziosa, discreta, interamente concentrata sulla cura del Figlio. Senza rubare la scena, mette al centro l’altro. È questo il linguaggio dell’amore, opposto all’egoismo: prendersi cura della propria vita, del proprio tempo, dell’anima, del creato e, soprattutto, del prossimo. Una cura che diventa compassione, capacità di fermarsi davanti all’altro ogni volta che è necessario.

In questo cammino risuona anche il celebre “I care” di don Milani, che ribalta la prospettiva educativa: non “io mi prendo cura di te”, ma “tu mi stai a cuore”. Un messaggio quanto mai urgente per i giovani, che hanno bisogno di fiducia autentica, guadagnata e coltivata con i fatti più che con le parole.

“Avrò cura di te” è forse l’espressione più alta di ogni forma di amore. Eppure oggi ci si interroga: che cura abbiamo davvero dell’altro? Spesso lo si riduce a un contenitore da riempire, senza vederlo per ciò che è: un’anima da accogliere, avvolgere, custodire.

La violenza – come ricordava Jean-Paul Sartre – è sempre un fallimento. Ma è soprattutto un sintomo, non la causa. Nasce spesso da un vuoto affettivo, da un amore mai conosciuto. L’amore vero non è possesso né controllo, ma libertà e desiderio di bene. Quando invece si trasforma in paura di perdere, in dominio, tradisce se stesso.

Da questa celebrazione dell’Epifania emerge allora un messaggio chiaro e condiviso: la cura è l’antidoto alla violenza. Una scelta quotidiana, personale e comunitaria, che chiede attenzione, responsabilità e il coraggio di non restare indifferenti.

Rivista on line di politica, lavoro, impresa e società fondata e diretta da Pasquale Petrillo - Proprietà editoriale: Comunicazione & Territorio di Cava de' Tirreni, presieduta da Silvia Lamberti.

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