Gianmarco Tamberi, addio Rio

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La vita non è una tragedia in primo piano, ma una commedia in campo lungo. Questo pensiero di Charlie Chaplin serve per non farsi divorare dalla malinconia vedendo le immagini del nostro miglior atleta disperarsi e maledire il fato dopo aver subito la più grande beffa della propria esistenza.

Gianmarco Tamberi è già ora il più grande saltatore in alto della nostra storia e, per quanto aveva fatto vedere al meeting di  Montecarlo, anche il più accreditato al successo alle Olimpiadi di Rio. Per una di quelle vigliaccate che ogni tanto fa il destino, dopo aver vinto la gara sigillando il nuovo record italiano con 2, 39 m,  si è infortunato seriamente alla caviglia dovendo dire addio ai Giochi a cinque cerchi.

”Risvegliatemi da questo incubo, ridatemi il mio sogno” il laconico tweet del nostro portacolori passato dalla gioia più pura alla disperazione più cupa in pochi minuti. A 24 anni si è troppo giovani per accettare di primo acchito di essere esclusi dall’evento immaginato, pensato, costruito e riprovato migliaia di volte nella propria testa. Già, perché per arrivare a saltare alle Olimpiadi con i galloni del favorito, di salti Gianmarco Tambieri ne ha fatti migliaia e migliaia allenandosi tutti i giorni senza il supporto del pubblico o della luce dei riflettori.
Ma a 24 anni si ha ancora il tempo per riscrivere il proprio sogno, per distaccarsi dalla tragedia in primo piano e alzare lo sguardo fino a vedere i confini  per una commedia in campo lungo.
Nelson Mandela che nell’arte di trasformare un dramma in uno spettacolo a lieto fine, resta il maestro del Novecento, affermava che per andare oltre il contigente, servono “esempio e  ispirazione”.

E a Gianmarco gli esempi non mancano. Da Juri Chechi che si vide sfuggire il sogno di due Olimpiadi (Barcellona 1992 e Sidney 2000) per maledetti infortuni ma che seppe riprendersi tutto con gli interessi ad Atlanta e Atene a un altro saltatore azzurro di un’epoca lontana.
Era, invece, il 1968 quando Giuseppe Gentile diventava protagonista della più incredibile finale di triplo della storia. Si presentò in pedana per il terzo balzo con gli occhi di chi era pronto a spingersi oltre i propri limiti e gli occhi non mentivano. Un volo infinito che valeva il record mondiale e il primato mondiale. E poi? E poi… qualcuno gli “ruba” l’idea e lo supera.

Come si può fare il record mondiale ed essere terzi in classifica? Se lo chiedeva Giuseppe Gentile prima di provare a riprendersi il proprio destino nell’ultimo salto. Un’occhiata all’allenatore per far capire che ci credeva, una rincorsa decisa e…la gamba che cede al primo step lasciandolo a terra con le sue speranze da raccogliere.
Già, gli esempi non mancano. E l’ispirazione? Quella Gianmarco Tamberi può trovarla in un popolo che si è scoperto improvvisamente esperto di salto in alto per inondarlo di messaggi di affetto e di domande: “Ma perché non ti sei fermato dopo il record?”. Oppure, può trovarla in se stesso ricordandosi che i sogni non muoiono mai. Si tramandano ai bambini delle generazioni successivi o a noi stessi quando cresciamo.

E un passo alla volta, una seduta di fisioterapia dopo l’altra, tra un sorriso e un’imprecazione, Gianmarco Tamberi si riprenderà centimetro dopo centimetro il suo sogno. Perché se la “sua” Rio gli ha regalato una tragedia, per Tokyo 2020 è già pronto il palcoscenico per la commedia più dolce della sua vita.

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