Questo è Sanremo?

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Non voglio tornare a Nunzio Filogamo, il primo storico conduttore del Festival di Sanremo, iniziato nel 1950, che quest’anno compie 70 anni, e li dimostra tutti (come un vecchio malmesso che con continui lifting cerca di far scomparire gli anni e la demenza senile, tipo il Berlusca che sempre più spesso fa uscite sboccate e strampalate) o agli anni d’oro di Pippo Baudo, o dello storico regista Gino Landi, che hanno segnato gli anni d’oro della kermesse musicale più amata dagli italiani.

Né voglio tornare a “Vecchio Scarpone”, oppure a “Vola Colomba” dei primi anni, che pure sono rimaste nei nostri cuori e ancora di tanto in tanto le canticchiamo.

Né a “Non ho l’età”, oppure “Sono una donna, non sono una santa”, canzoni con le quali anche sul palco di Sanremo comparvero le prime pulsioni giovanili di fanciulle acqua e sapone, come si diceva un tempo, che sembravano ancora bambine ma si avviavano ad una stupenda gioventù che attirava folle di fans sia a Sanremo sia nelle altre manifestazioni canore, spesso itineranti, che dagli anni 60 in avanti vennero organizzate.

I tempi cambiano, dobbiamo adeguarci a quelli nuovi, essere “moderni”, non farci sommergere dalla nostalgia, guardare innanzi, e bla, bla, bla.

Ma pure se “…Sanremo è Sanremo”, canzone/sigla cantata negli anni d’oro da Rudy Nery, voce storica del festival, non credo che quello di oggi, e non mi riferisco solo a quello di quest’anno, sia un segno di modernità.

Perché sarà pure vero che “…Sanremo è Sanremo”, e che ad esso si deve perdonare tutto, ma quando ti trovi di fronte a personaggi come il rapper romano 28.enne Junior Cally (all’anagrafe Antonio Signore), che scrive canzoni del tipo “Si chiama Gioia”, pure l’appassionato e impenitente “sanremino” rimane (o dovrebbe rimanere) sconvolto dalla volgarità gratuita che questo tizio mette in giro, oltre che dal sessismo sfrenato e dai pregiudizi contro le donne le quali, a suo dire, sono tutte “tr*ie”, “zo***le” e “pu***ne”.

E per rendersi conto di cosa sto parlando, ecco il testo della canzone “Si chiama Gioia”, così come riportata dalla rete. “Balla mezza nuda e dopo te la da. Sì per la gioia di mamma e papà. Lei mette soltanto le cose firmate. Esce la sera con macchina Cabrio. Lei non lavora ma vuole il denaro. Beve e poi balla sopra ad un divano. Sempre in vacanza, lei vive in Francia. Poi si avvicina e dice: “fumi ganja?”.Guardo la luna ma lei la vuole. Per fare sta vita ha venduto il cuore. Dice “ti porto su Marte”, parla di arte, recita la parte. Lei va a dormire quando esce il sole. Non si interessa delle persone. Si chiama Gioia ma beve e poi ingoia. Si chiama Gioia perché fa la tr*ia. Lei vuole la maschera di Louis Vuitton. Io vestito male, lei le Louboutin. E dentro il locale beve ancora un po’. Tutte le sere le capesante. Al ristorante non paga mai. Bevendo Moët con le sue amiche. Paso Adelante, controlla i laid. Lei va via e non saluta nessuno. La giravolta sembra uno show.  Col drink in mano che muove il culo, sembra una brava ragazza, però… Lei, lei, lei balla mezza nuda e dopo te la da…”

E non voglio nemmeno dire, come i gentiluomini del passato, che le donne vanno accarezzate, coccolate, e non si toccano neanche con un fiore, ma men che mai con tali volgarità le quali, oltre ad offendere le donne, colpiscono la sensibilità della gente comune, anche di sfegatati “sanremini”.

Già da qualche tempo era stato scoperchiato un putrido pentolone all’epoca della strage della “Lanterna blu”, locale nel quale doveva esibirsi l’altro rapper Sfera Ebbasta, all’anagrafe Gionata Boschetti, ventottenne di Cinisello Balsamo, balzato agli onori della cronaca nel dicembre 2018 per la strage di Corinaldo dove in quel locale avrebbe dovuto esibirsi a un pubblico composto soprattutto da giovani e adolescenti che sembrano impazzire per questi “artisti”; anche questo è celebre per aver scritto “delicate” poesie musicali alle donne, tra le quali qualcuna recita (testo preso dalla rete): “Hey tr*ia! vieni in camera con la tua amica porca, quale? quella dell’altra volta, faccio paura, sono di spiaggia, vi faccio una doccia, pinacolada, bevila se sei veramente grezza, sputala poi leccala, limonatevi mentre Gordo recca gioca a bigliardo, con la mia stecca solo con le buche, solo con le stupide, ‘ste put**ne da backstage sono luride, che simpaticone, vogliono un ca**o che non ride, sono scorcia-tr*ie…”. Basta così, ormai avete capito di cosa sto parlando.

All’epoca la cosa venne fuori perché in quel locale si radunarono 1400 persone, prevalentemente ragazzi e adolescenti, alcuni accompagnati dai genitori (molto ci sarebbe da dire sui genitori che accompagnano i loro “pargoli” a sentire queste perle), ma avvenne qualcosa che provocò un fuggi-fuggi in conseguenza del quale persero la vita sei persone, tra le quali anche una mamma che aveva accompagnato la figlia appena dodicenne, e ci furono 58 feriti.

Ma tra i due episodi vi è una sostanziale differenza: quello di Corinaldo era dovuto ad una scelta personale di adolescenti e dei loro genitori, quello di Sanremo è bombardato all’interno delle famiglie da un mezzo potente come la TV pubblica: è vero che si può spegnere o cambiare canale, ma la TV pubblica ha (o dovrebbe avere) anche un ruolo sociale, oserei dire di trasmissione di cultura, ma c’è qualcuno ai vertici della stessa al quale questo interessa? c’è qualche responsabile che prende a cuore le grida di dolore di chi vorrebbe che la TV tornasse a farsi carico di questo problema, come pochi giorni addietro ha fatto anche Riccardo Muti.

Chiaramente mi augurerei di tornare ad un festival stile anni ’60, dove un conduttore non aveva bisogno di contornarsi di tante “veline” perché era in grado di farsi apprezzare per le sue doti, mentre oggi chi conduce, probabilmente conscio dei suoi grossi limiti, ha bisogno di contornarsi di innumerevoli bellezze femminili, statuarie, discinte, prevalentemente oche, che a decine si alternano sculettando dinanzi alle telecamere: ma non ho molte speranze.

Motivo per il quale se il festival di Sanremo, nonostante “…Sanremo è Sanremo”, è diventato questo, allora è bene cambiare canale o magari spegnere la TV. 

 

 

 

 

 

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