PAESE MIO Con Daniela Mormile a colloquio sull’Europa

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Minorese di origine, Daniela Mormile da molti anni lavora a Bruxelles presso l’Unione Europea

Ne ha fatta di strada la dott.ssa Daniela Mormile in 26 anni di lavoro a Bruxelles, al centro di quell’Europa Federativa agognata da Altieri Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, sognata nel carcere di Ventotene anche come valido baluardo contro ogni altra deriva autoritaria e totalitaria. Era da tempo che desideravamo intervistare Daniela, minorese doc ma ormai a pieno titolo cittadina europea. Infatti ci ha confidato:“Sto bene a Bruxelles, come sto bene in Italia dove ritorno quando posso, prendo un volo per stare con la mia famiglia, per respirare le atmosfere mediterranee di Minori, mio paese d’origine”. Daniela è una donna volitiva, forte, sicura di sé, pienamente soddisfatta del suo lavoro e dei risultati raggiunti in due lustri di impegno lavorativo al Centro delle Istituzioni Europee, tant’è che nel dicembre del 2016 ha ricevuto un ambito riconoscimento: la Medaglia dei 20 anni di servizio, conferitole dal Presidente della Commissione Europea Jean Claude Junker e dal Vice Presidente Kristalina Georgieva. Approfittando della sua presenza a Minori, le abbiamo rivolto alcune domande.

Dott.ssa Mormile, Lei lavora da molti anni presso l’Unione Europea a Bruxelles, era il suo un sogno o un obiettivo d’una giovane laureata?

Né l’uno né l’altro in realtà. Mi sono laureata in scienze politiche per l’Estremo Oriente con specializzazione in cinese e sapevo che il mio futuro sarebbe stato fuori dall’Italia. Per questo ho cominciato a viaggiare per conoscere meglio la Cina e fare un’esperienza di lavoro in quella regione. Era il periodo delle rivolte studentesche di piazza Tienanmen che erano state represse nel sangue dal regime. Si respirava un clima pesante e le opportunità di lavoro per gli italiani erano quelle offerte dalle grandi imprese, tra cui l’Ansaldo, che mi aveva offerto un lavoro a Tianjin. Rifiutai perché non avrei potuto vivere in un paese in cui ero costantemente controllata. Presi un master in diritto ed economia comunitaria e raggiunsi Bruxelles prima per il Parlamento europeo e poi per la Commissione europea, dove potei effettuare un tirocinio grazie alla mia esperienza in Cina.

Cosa Le piace del lavoro che svolge e cosa invece cambierebbe nel lavoro delle Itituzioni Europee?

Del mio lavoro mi è sempre piaciuto tutto. Ho cominciato occupandomi di dogane, ho continuato nel settore delle piccole e medie imprese, per un lungo periodo mi sono occupata di energia rinnovabile e della gestione di progetti di ricerca. Attualmente mi occupo di promuovere la cittadinanza europea e il dibattito democratico all’Interno dell’Unione europea. È un dossier che seguo con molta passione soprattutto perché stiamo lavorando ai nuovi programmi per i cittadini per il prossimo quadro finanziario che partirà nel 2020. In parallelo, ho sempre difeso gli interessi dei lavoratori delle istituzioni e sono stata per un periodo Presidente del Comitato del personale della Commissione, organo che rappresenta oltre 25.000 funzionari a Bruxelles. La cosa che mi piace di più del mio lavoro è la possibilità di cambiare dossier e di ricominciare ogni volta ad apprendere e implementare nuove politiche. Quello che cambierei sarebbe forse la rigidità del processo decisionale anche se è indispensabile garantire che i 28 Stati membri possano avere la possibilità di ritrovarsi nelle decisioni prese e gli interessi di tutti siano tutelati.

Ritiene che le donne nell’ambito delle Istituzioni Europee siano sufficientemente tutelate e in modo specifico quelle italiane?

La Commissione europea ha messo in atto da alcuni anni una politica di pari opportunità, in particolare per i posti di management. Ogni direzione generale ha l’obbligo di dimostrare ogni anno gli sforzi effettuati per raggiungere l’equilibrio di genere nelle nomine. Ancora molto resta da fare in particolare per le donne che non occupano una posto dirigenziale. In ogni caso questo soggetto ha una valenza molto più importante oggi rispetto ai miei inizi nelle istituzioni. Per quanto riguarda l’intervento dell’Italia nel processo di nomina, non ho esperienza diretta ma mi sembra che il nostro paese non faccia molto per i funzionari di nazionalità italiana rispetto ad altri paesi che mantengono contatti costanti con i loro funzionari a Bruxelles.

Dott.ssa Mormile, a Bruxelles cosa le manca dell’Italia e cosa in Italia le manca del Belgio?

Bruxelles è una città cosmopolita, molto tollerante, in cui nessuno si sente veramente uno straniero. Io almeno non mi sono mai sentita tale. Negli ultimi anni è cambiata molto, ha aumentato la propria offerta culturale e propone molte opportunità sul piano lavorativo e di sviluppo personale ai nostri giovani. Senza considerare che è un crocevia al centro dell’Europa, che permette di raggiungere Londra, Parigi, Amsterdam, Colonia o Lussemburgo in qualche ora. Quello che mi manca dell’Italia e che mi è mancato in tutti questi anni è sicuramente il contatto con la mia famiglia d’origine. Non aver potuto vivere i compleanni, le nascite dei miei nipoti, le riunioni con i miei fratelli, ma anche la presenza dei nonni per i miei figli non è stato facile. Cosa mi manca del Belgio? È difficile che manchi qualcosa del Belgio, visto che la maggioranza dei belgi sogna di andare via da questo paese. Scherzi a parte, forse quello che mi manca davvero è la cioccolata.

Nella sua lunga e prestigiosa carriera quale politico dell’Unione l’ha maggiormente colpita? 

Quando ho cominciato a Bruxelles, il presidente della Commissione era Jacques Delors. Una figura carismatica ed emblematica che ha certamente contribuito a cambiare il volto dell’Europa. Ma ho ammirato e amato moltissimi altri come Daniele Condt Bendit, che è leader dei movimenti del ’68 in Francia, Emma Bonino quando era commissario allo sviluppo. Più recentemente Guy Verhofstadt, leader dei federalisti al Parlamento europeo, è un vero combattente democratico europeo. Stimo molto anche Federica Magherini, Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza.

Ritiene che la fuga dei cervelli si possa arrestare e come?

Creando nuove opportunità, avendo fiducia nei giovani e soprattutto aprendosi ad un mondo globalizzato. Ai miei tempi era difficile confrontarsi e l’informazione non circolava rapidamente. Nell’era di Internet non possiamo più permetterci di lasciar partire i nostri giovani per un lavoro che avrebbero potuto fare nel loro paese. Detto questo, il nostro concetto di paese (e di cittadinanza) deve necessariamente allargarsi all’Europa se vogliamo mantenere un vantaggio competitivo con il resto del mondo.

Dopo tanti anni passati a Bruxelles, ritornerebbe in Italia? 

È’ difficile rispondere a questa domanda. Bruxelles ormai è casa mia. Li ho la mia vita, i miei amici, i miei figli sono nati e studiano qui. Sarebbe difficile tornare indietro dopo tanti anni. Questo non vuol dire che non ritornerei in Italia, cosa che faccio alquanto spesso.

N.B.: Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica ufficiale della Commissione europea.

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