Evasione elettorale: pensiero sulla Scuola

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Siamo nelle ore calde delle elezioni. Domenica 4 marzo, siamo a Roma. Sono appena entrato e già vedo fila davanti a me. Sorrido pensando che, comunque vada, è bello vedere partecipazione. Ma, non me ne volete, per ora solo teste imbiancate. Nessuno, almeno, mio coevo. Per ora. Vabbè, lo ripeto, importante è partecipare, dare senso al diritto di voto.

Parlo senza ascoltare con due persone in coda, e guardo il posto dove sono: una scuola. Le pareti fatte di disegni, banchetti e sedioline sparse per i corridoi. D’un tratto il caos del momento – “ao’ scusa ma ndo se mette a croce per votà” – svanisce.

Penso un poco a quando ero io, a scuola, e in questi spazi mi ci ritrovo come a casa. Penso, di pensiero lungo, a quanto questo edificio fatto di mattoncini rossi e pareti gialle, pesa nella costruzione della nostra vita.

Molte volte ci succede che ce lo scordiamo. Ci dimentichiamo il valore che la scuola, come primo luogo di socializzazione, confronto, collaborazione e (perché no) anche copia copiass all’esame si pass. Non è niente altro, alla fine, se non lo specchio reale del Paese. Di come esso si muove, si sviluppa o meno, e soprattutto si vede verso il futuro.

Un’immagine che si tocca particolarmente nelle scuole superiori. Dove ti sei più o meno già fatto un’idea del Mondo e la rapporti con gli altri che ti stanno intorno. Forgiando o lasciando sprofondare il “carattere” in costruzione.

Entrare in una scuola superiore oggi, auguro a tutti voi di entrarci prima possibile e di restarci per un po’, è come entrare in un luogo familiare dove si parla una lingua sconosciuta. Ma non per questo dobbiamo fregarcene anzi. Se si rimane un poco a respirarne l’aria, ci rendiamo subito conto che la scuola oggi è il Paese. Riuscire ad entrarci e a parlare con gli studenti è un poco come avere una lettura sul momento della nostra società. E da qui capisco il ruolo centrale dell’eduzione: si evitano molti giri inutili poi da adulti se si affrontano per tempo.

Capita che in queste scuole a volte, in periferia soprattutto, nella periferia della periferia del nostro Paese, esistono casi in cui il problema principale non è dato dalla mancanza di fondi per acquistare la LIM oppure per pianificare un viaggio di studio internazionale per gli studenti ma, invece, dalla semplice difficoltà della scuola di trattenere gli studenti per terminare il percorso di studi. Molti l’abbandonano per affrontare altri percorsi, più o meno chiari.

Come accade con le cose che abbiamo e che, purtroppo beffardo effetto d’abitudine, a volte tralasciamo, allo stesso modo ci succede con la scuola. Pochi tra Noi le riconoscono – quello che effettivamente è – il ruolo centrale nella vita sociale, culturale ed economica di un Paese. Non è questione di soldi da investire o di programmi da attuare o meno con un “uso consapevole” degli smartphone. Semplicemente, si tratta anzitutto di riconoscerle il ruolo centrale che ha da sempre nella nostra formazione e in generale nella nostra vita.

Sarebbe bello, ad esempio, aldilà degli open days che ho scoperto le scuole fanno per invogliare i genitori ad iscrivere i pargoli, che ciascun istituto rappresenti una sorta di punto di contatto e dialogo sul territorio. La scuola, come me la ricordo io soprattutto nel giorno della famigerata “recita di fine anno”, è un punto di aggregazione necessaria ed essenziale, tra genitori, professionisti, figli e insegnanti. Un luogo di connessione e contaminazione che, lo ripeto, sarebbe bello e concreto recuperare. Non solo per valorizzare spazi usati solo per poche ore al giorno ma per riappropriarci del valore fondamentale e civico delle scuole.

Uscendo dal seggio, Conca d’Oro a Roma, ho sorriso ancora.

Sarebbe bello, anzi lo è bello. Tornare a Scuola. Non solo per nostalgia ma per discutere e costruire cose utili per la comunità. Anche solo per poco tempo al giorno. Magari anche quello che ho appena fatto, penso, potrebbe esser fatto meglio e verso un disegno più concreto di Futuro.

Chissà.

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