Carlo Alberto Dalla Chiesa

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Quarant’anni fa, il 3 settembre 1982, veniva ammazzato a Palermo, dai killer di Cosa Nostra, Carlo Alberto Dalla Chiesa, una figura luminosa di servitore dello Stato, sempre trasparente e disinteressato, che aveva avuto brillanti risultati in tutte le attività svolte nell’Arma dei Carabinieri, ma si sarebbe giocata la vita per aver aderito, ubbidendo ad un invito fattogli dallo Stato, di compiere una ultima operazione di contrasto alla Mafia, in un periodo di recrudescenza delle violenze legate alle attività malavitose della stessa.

Il motto attuale dell’Arma è “Nei secoli fedele”, precedentemente era “Usi obbedir tacendo e tacendo morir”.

Carlo Alberto Dalla Chiesa proveniva da una famiglia di Carabinieri, figlio di un alto Ufficiale dei Carabinieri, Romano Dalla Chiesa, e pure il fratello Romolo era nell’Arma: evidentemente il secondo motto lo aveva metabolizzato in famiglia, e lo teneva stampato dentro di sé, quell’ “obbedir tacendo” era diventato l’emblema della sua vita, e non solo di Carabiniere.

E quando lo Stato lo chiamò a questa ultima impresa, non ci pensò due volte ad accettare.

Purtroppo non aveva tenuto conto -ma chi avrebbe potuto? – che la lotta a Cosa Nostra avrebbe dovuto farla non come Carabiniere, ma come Prefetto, al di fuori dell’Arma alla quale tanto teneva.

Ciononostante rispose “obbedisco”, si spogliò della divisa e assunse le funzioni di Super-Prefetto, non ben visto dalle autorità politiche, di polizia, e da tutto l’apparato politico e burocratico siciliano, che non solo non fecero nulla per aiutarlo nell’arduo compito, ma in tutti i modi tentarono di ostacolarlo.

Dopo solo cento giorni Dalla Chiesa venne ammazzato.

Nutrita è la filmografia sulla figura di dalla Chiesa, diversi registi e attori si sono cimentati nel racconto della sua vita; noi riteniamo che il film che ha reso meglio la sua storia sia stata la miniserie per la Tv, diretta da Alberto Capitani e interpretata da Giancarlo Giannini, che racconta gli ultimi otto anni della sua vita, inglobando la lotta che Dalla Chiesa fece contro le Brigate Rosse, e che vinse, e quella che cercò di fare contro la Mafia, che purtroppo perse insieme alla vita.

Carlo Alberto Dalla Chiesa era stato quarantun anni nell’Arma, aveva fatto la gavetta partecipando ad una miriade di missioni, e ne era uscito sempre vivo, ma gli ultimi cento giorni come Prefetto di Palermo gli furono fatali: nessuno, nemmeno le Brigate Rosse erano riusciti ad eliminarlo, Cosa Nostra in 100 giorni ci riuscì, ammazzandolo, in una sera autunnale, in via Carini, insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro e al giovane Agente di PS della scorta Domenico Russo.

 

Carlo Alberto dalla Chiesa era nato a  Saluzzo (Cn) il 27 settembre 1920.

Entrò nell’Arma durante la seconda guerra mondiale e partecipò alla Resistenza.

Dopo la guerra combatté il banditismo prima in Campania poi in Sicilia; dopo vari periodi a Firenze, Torino, Como, Roma e Milano, tra il 1966 e il 1973 fu nuovamente in Sicilia dove, con il grado di colonnello, comandante della Legione Carabinieri di Palermo, indagò su Cosa nostra.

Quindi, quando il Ministro Rognoni, nel 1982, gli chiese di andare a Palermo a combattere la Mafia, non accettò da sprovveduto.

Entrò nel 1941 nel Regio Esercito, frequentando dapprima la scuola allievi ufficiali di complemento di Spoleto, in seguito prestò servizio in fanteria come sottotenente nel 120º Reggimento di fanteria “Emilia” partecipando per dieci mesi all’occupazione del Montenegro, per la quale ricevette due croci di guerra al valore.

Nel 1942 transitò nei Reali Carabinieri (dove già prestava servizio il fratello Romolo) e, come primo incarico, venne mandato a comandare la tenenza di San Benedetto del Tronto, dove rimase fino alla proclamazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943.

Passò poi nel comando provinciale di Ascoli Piceno; un giorno venne affrontato da un partigiano comunista. I partigiani della zona sospettavano che lui fosse responsabile del blocco dei rifornimenti di armi che gli alleati di tanto in tanto riuscivano a spedire via mare.

Successivamente,  a causa del suo rifiuto di collaborare nella caccia ai partigiani, venne preso di mira dai nazisti, ma riuscì a fuggire prima che le SS potessero catturarlo.

Dopo la fuga, operò poi nella resistenza italiana, operando in clandestinità nelle Marche, unendosi alla “Brigata Patrioti Piceni” di stanza in Colle San Marco, ove organizzò gruppi per fronteggiare i tedeschi.

In seguito, divenne uno dei responsabili delle trasmissioni radio clandestine di informazioni per gli americani, nascosto in un’abitazione privata presso la città di Martinsicuro, in Abruzzo.

Nel luglio del 1943 si era laureato in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Bari, città in cui il padre Romano era comandante della locale Legione Carabinieri.

Nel dicembre dello stesso anno passò le linee nemiche con le truppe alleate, ritrovandosi in una zona d’Italia già liberata nel Regno del Sud. Venne poi inviato a Roma per seguire gli alleati nel loro ingresso nella capitale, dove venne incaricato di garantire la sicurezza della Presidenza del Consiglio dei ministri dell’Italia liberata.

Nel 1944 fu inviato a comandare una tenenza a Bari, dove riuscì a conseguire la seconda laurea in scienze politiche, per la quale frequentò alcune lezioni tenute dall’allora docente Aldo Moro.

Sempre a Bari conobbe Dora Fabbo, che avrebbe sposato nel 1946.

Dopo la guerra, per la sua partecipazione alla resistenza, gli venne attribuito il Distintivo di Volontario della Guerra di Liberazione, guadagnando il passaggio in servizio permanente effettivo nell’Arma dei Carabinieri per merito di guerra.

La vita del Generale Dalla Chiesa è stata molto intensa, e sarebbe dispersivo riportarne, sia pure condensata, la cronistoria.

Rimane la considerazione che Dalla Chiesa, che aveva ottenuto tanti successi, anche contro le Brigate Rosse, che era riuscito a debellare, ma tutti come Carabiniere, venne sconfitto dalla Mafia ma come Prefetto, al quale erano stati garantiti dal Ministro degli Interni, Virginio Rognoni, poteri speciali che alla fine non gli furono conferiti.

Dalla Chiesa rimase oltremodo deluso, si era quasi arreso a tale realtà, e aveva intuito che la sua vita era ad alto rischio, tant’è che la moglie, Emanuela Setti Carraro, dovette penare non poco per raggiungerlo a Palermo e rimanergli accanto.

Si era congedato dall’Arma come Generale di corpo d’armata, si ritrovò a Palermo come Superprefetto, ma quasi senza poteri; e quando insistette per ottenerli, la risposta dello Stato fu che in una democrazia non possono essere delegati superpoteri, i suoi vennero paragonati a quelli di un qualsiasi altro Prefetto.

Qualcuno ha sostenuto che Dalla Chiesa avrebbe potuto dimettersi e tornare nell’Arma, lasciata Palermo non avrebbe corso alcun rischio.

Ma questa tesi è estremamente semplicistica, perché non tiene conto dell’impegno preso, per un a persona come Dalla Chiesa era un impegno d’onore, e il carattere molto volitivo di una persona che aveva avuto sempre successo e non poteva ammettere un insuccesso.

Leggendo alcuni squarci delle sue biografie, una delle quali pubblicate anche sul sito dei Carabinieri, Dalla Chiesa comunque segnalò, in vari rapporti, la situazione di Cosa Nostra negli ultimi mesi, come Carabiniere prima e come Prefetto poi. E in tale veste arrestò, poche settimane prima della morte, numerosi boss mafiosi durante i loro convegni.

Qualcuno ha accusato dalla Chiesa di essersi iscritto alla Loggia P2 di Licio Gelli; a tal proposito risulta che il Generale in un primo momento aveva rifiutato, ma si era poi convinto a farlo quando, sembra che dallo stesso entourage del Ministro gli venne quasi imposto per aver maggior peso all’interno dello stesso ed ottenere i poteri che gli erano stati garantiti.

Una ingenuità? Forse, comunque le aveva tentate tutte per non fallire.

E questo suo “errore” è bilanciato non solo dai successi ottenuti, ma anche dalla miriade delle onorificenze conferitegli.

Ed è sintomatico che, dopo il suo assassinio, sia stata la stessa popolazione palermitana a ribellarsi; al suo funerale parteciparono migliaia di persone, che espressero il loro dolore, ma pure la loro rabbia, in un manifesto, scritto col pennarello: “Qui è morta la speranza dei cittadini onesti”.

 

Il gesto della figlia, che in chiesa tolse dalla bara i simboli delle onoranze di Stato e pose al loro posto, accanto ad un fascio di rose, il cappello di Generale dei Carabinieri, non è solo un gesto di dolore, ma principalmente di protesta.

E che ancora oggi fa venire la pelle d’oca.

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