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Lo chiamano risiko ma, se fosse un gioco, non sarebbe divertente

Con risiko bancario si rimanda al tentativo delle banche di espandersi, incorporare altre realtà meno forti ma appetibili, stringere alleanze, in fondo ottenere controllo e potere

Lo chiamano risiko ma, se fosse un gioco, non sarebbe divertente

Risiko! è un noto gioco di società inventato dal regista francese Albert Lamorisse e commercializzato per la prima volta in Francia nel 1957. Arrivò in Italia nel 1968, mutuando il nome dall’edizione tedesca.

Anche se fondare un  gioco sulla guerra mi pare un’idea feroce, bisogna dire che esso è interessante perché stimola la strategia, la capacità di tenere i nervi saldi, di aspettare quando serve, di attaccare quando necessario e soprattutto di gestire l’imprevisto. Tra strategia e caso cosa conta di più per vincere? È la domanda di fondo su cui il gioco induce a riflettere.

Da oltre venti anni, in Italia, risiko bancario è l’espressione comunemente usata per riferirsi alle operazioni di concentrazioni bancarie. I giornali ci hanno abituati a questa terminologia che definire cinica mi sembra eufemistico.

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Con risiko bancario si rimanda al tentativo delle banche di espandersi, incorporare altre realtà meno forti ma appetibili, stringere alleanze, in fondo ottenere controllo e potere. Sembra tutto allettante, il potere ha sempre un suo fascino non solo per chi ce l’ha ma anche per chi anela ad averlo, guardando con ammirazione, idolatria magari, il potente di turno. Dopo il picco di 216 accordi perfezionati nel 2025 il ritmo delle concentrazioni prosegue sostenuto con 88 operazioni censite nel solo primo semestre del 2026. (fonte Fabi)

Ma chi paga le conseguenze di questo gioco?

Proprio venti anni fa, ottobre 2006, mi laureavo in Giurisprudenza con una tesi dal titolo “La valutazione delle concentrazioni tra imprese”. Nel 2004 era stato adottato il Regolamento (CE) 139 che disciplinava la materia e proprio in quei mesi si realizzava una delle prime fusioni bancarie transnazionali che riguardavano l’Italia quella tra Bnp Paribas e Bnl, mentre altre importanti fusioni italiane erano state già realizzate (sempre in quell’anno Sanpaolo IMI e Banca Intesa annunciavano la loro fusione per fare un esempio).

Sembrava che si dovessero creare delle entità più forti, vantaggi per la clientela, posti di lavoro, opportunità di carriera, progresso. In realtà, già con quella fusione, solo per fare un esempio, in Bnl si lamentò la perdita di strutture centrali (sotto il nome di razionalizzazione), mobilità territoriale dei lavoratori, prepensionamenti. Quella fusione insieme alle modifiche del mercato del lavoro bancario ha avuto impatti duraturi negli anni. Ovviamente sarebbe semplicistico e drastico imputare ogni conseguenza al solo realizzarsi della concentrazione ma è anche vero che gli effetti di una concentrazione si protraggono nel tempo. Le esternalizzazioni sono uno dei punti dolenti: un atto ispettivo del Senato del 28 giugno 2022 riferisce, sempre riguardo a BNL,  il trasferimento di 836 lavoratori a società esterne: 270 addetti informatici a Capgemini Finance Service Tech e 566 addetti al back office ad Accenture Service Tech.

In questo caso, qual è l’effetto positivo per i dipendenti?

Un esempio simile può essere ricondotto alla vicenda Datitalia, società di servizi informatici a servizio esclusivo del Banco di Napoli fino al 2002. Le fusioni bancarie infatti impattano anche sulle attività collaterali o strumentali a quella bancaria. Datitalia Processing dal 1995 era stata dichiarata strumentale al Banco di Napoli e pertanto, da quel momento, lavorava esclusivamente per questo. Con l’avvio della acquisizione da parte di Sanpaolo, quest’ultima nel 2002 cedette Datitalia a Gepin Engineering con pesanti ricadute occupazionali sui lavoratori, posti in CIGS a partire dall’anno successivo. clicca qui per l’articolo

È di dominio pubblico poi la storia della acquisizione di Antonveneta da parte di Banca Monte dei Paschi di Siena nel 2008.

Arrivando ai giorni nostri, sul tabellone del nostro risiko, Intesa attualmente fa la parte del leone, almeno in Italia, dove concentra la maggior parte dei suoi profitti . Lo scorso 7 giugno, dopo aver portato a casa negli ultimi anni già una serie di acquisizioni (che partono a ben vedere dalla fine del secolo scorso), Intesa ha lanciato un’opas su Mps del valore di 30 miliardi di euro, poi aumentata a circa 32 miliardi con la modifica dello scorso 3 ottobre che prevede insieme al cambio iniziale anche 1,25 euro in contante per azione al posto dell’1,00 inizialmente previsto). L’operazione è stata presentata come una opportunità di creazione di nuovo valore, strategie e di evidente ulteriore rafforzamento sul mercato di una banca italiana. Il gruppo combinato raggiungerebbe un utile netto aggregato di 11,3 miliardi di euro e circa 3.000 filiali a presidio di una base di oltre 27 milioni di clienti. I target strategici annunciati al 2029 fissano il raggiungimento di un utile superiore a 16 miliardi, una redditività del capitale (ROE) oltre il 20% e sinergie per 2,9 miliardi annui (fonte Fabi).

Se sono più o meno note le conseguenze per gli azionisti di questa probabile fusione, meno chiaro è l’eventuale plusvalore creato per i clienti, i territori e per i lavoratori (circa 90mila in Intesa, 21mila in Mps compresi i dipendenti di Mediobanca).

A livello concorrenziale e quindi di vantaggio per la clientela quale impatto avrebbe questa fusione?

Al momento, ci sono diversi profili di criticità sotto questo punto di vista. Lo scorso 14 settembre 2026, l’AGCM ha pubblicato il provvedimento di avvio dell’istruttoria ex legge 287/90 (C12836_avvio.pdf). La valutazione è  una valutazione a priori sull’impatto che la concentrazione avrebbe in un preciso mercato rilevante. L’AGCM individua vari segmenti di mercato e per la maggior parte di essi possibili criticità concorrenziali. Soffermandoci sulla provincia di Salerno, con riguardo agli impieghi verso le famiglie consumatrici (i.e. prestiti, mutui) la quota congiunta (già depurata delle filiali che verrebbero cedute a Bper) si attesta tra il 30% e il 40% circa, non può allo stato escludersi che l’operazione sia suscettibile di ostacolare in modo significativo la concorrenza effettiva. Stesse considerazioni anche per il mercato del risparmio amministrato (quota compresa tra 30 e 35%).

Quali sarebbero le soluzioni se all’esito dell’istruttoria, l’Antitrust italiano decretasse il significativo ostacolo per la concorrenza? È possibile ipotizzare ulteriori chiusure di sportelli o cessioni ad una entità terza, fino ad ora non considerata? Si tratta sicuramente di misure correttive possibili al fine di rendere realizzabile l’opas, anziché vietarla completamente.

In queste ore, a tal proposito circola nuovamente il nome di Unicredit, attualmente distratta (impegnata) dall’acquisizione oltrealpe di Commerzbank.

E i lavoratori?

A quanto si vocifera, a seguito della operazione, potrebbero esserci degli accessi al Fondo esuberi per circa 10 mila unità di personale. Quali le conseguenze a livello di mobilità territoriale, funzionale, tutela dell’occupazione, esternalizzazioni? Su questo fondamentale sarà il ruolo del sindacato, impegnato anche sul fronte del rinnovo ccnl. Ampliare le tutele e l’area contrattuale appaiono oggi come più che mai temi centrali su cui non è possibile abbassare la guardia.

Sul tavolo del risiko, il sindacato deve allora assumere con forza e coesione il ruolo di difensore e controllore perché, mentre ci si impegna a conquistare il mondo, qualcuno dovrà pur garantire che quel mondo sia ancora popolato da chi ogni giorno lo rende abitabile.

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Foto di Angela Senatore

Angela Senatore

Giornalista pubblicista, collabora con Ulisse online dal 2021 occupandosi principalmente della pagina culturale e di critica letteraria. È stata curatrice della rassegna letteraria Caffè letterari metelliani…

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