100X100 Cavese di Fabrizio Prisco: Storia di astuzie, gol e raggiri

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Valenza è una piccola cittadina piemontese in provincia di Alessandria, situata alla destra del Po, a ridosso delle colline del Monferrato e a pochi chilometri tra la Lomellina e la provincia di Pavia.

Dalla fine dell’Ottocento, Valenza si è affermata come uno dei più importanti centri in Italia per la lavorazione artigianale dell’oro e dei gioielli. Ancora oggi gran parte dell’economia dell’area e della città ruota attorno alla produzione e al commercio dei preziosi. Come nelle vicine Alessandria, Vercelli, Casale e Novara, il celebre quadrilatero del football dei pionieri, anche a Valenza nei primi anni venti si giocava a calcio.

La squadra locale, fondata nel 1906, subito dopo la Grande Guerra si barcamenava tra Prima e Seconda Divisione. Il 15 gennaio 1922 il portiere dell’U.S. Valenzana, Clemente Morando, era stato addirittura convocato in Nazionale in occasione dell’incontro con l’Austria disputato dagli azzurri al Velodromo Sempione di Milano. Insieme a Morando, l’U.S. Valenzana aveva in rosa un altro portiere molto forte, un certo Pasquarelli. Estremo difensore dotato di una presa ferrea e di un notevole colpo d’occhio tra i pali e nelle uscite, Pasquarelli, per il campionato di Prima Divisione 1924/25 ormai alle porte, era stato ingaggiato dall’Internaples. Ma con grande stupore una mattina ricevette a Valenza la visita di un paio di emissari di un’altra squadra campana, l’U.S. Cavese di Cava de’ Tirreni.

Si trattava del Cavalier Eugenio Coppola, Presidente del Comitato Regionale nonché massimo esponente del club aquilotto, e del Commendator Marra, suo amico napoletano, commerciante orafo e cliente di vecchia data degli artigiani di Valenza. Cosa erano andati a fare in treno in Piemonte Coppola e Marra, nottetempo e in gran segreto?
Dopo aver appreso nel corso di una serata al Circolo Canottieri Savoia di Napoli del colpo di mercato dell’Internaples, Coppola si era messo in testa di soffiare ai rivali partenopei l’esperto numero uno per rinforzare ulteriormente la Cavese.

La strategia era chiara. Accompagnato dal fido Marra che conosceva molto bene Valenza, i due avrebbero provato a convincere Pasquarelli e poi lo avrebbero condotto all’Hotel Cappuccini di Amalfi, dove il pipelet sarebbe rimasto nascosto nell’attesa del parere favorevole sul suo tesseramento da parte del Comitato campano. Sembrava un’impresa impossibile, anche perché Pasquarelli avrebbe dovuto rinunciare all’accordo con l’Internaples, per scegliere di giocare in una piccola e sconosciuta città di provincia. Ma Coppola, da dirigente federale, seppe toccare le corde giuste e riempire come si deve le tasche dell’estremo difensore e la Cavese ebbe così il rinforzo di spessore e di esperienza che cercava per affrontare con fiducia il nuovo campionato.

Per iscriversi alla Prima Divisione Campana del 1924-25 ci vollero ben 2650 lire. Insieme alla Cavese, solo tre formazioni riuscirono a racimolare la somma necessaria: Savoia, Salernitana e Internaples. Stabia e Bagnolese rinunciarono, e la Cavese proprio dalla Bagnolese ingaggiò Zita, Polisano, Piccolo e Parodi. Per rimpinguare il reparto offensivo Coppola e la società metelliana misero a disposizione del direttore tecnico Alberto Accarino anche due stranieri della scuola danubiana, all’epoca molto in voga nel vecchio continente: l’ungherese Majer ed il boemo Stejskal.

Le vittorie in amichevole a Bari sulla Liberty (1-0) e a Messina per 3-1 sull’U.S. Messinese dimostrarono ai tifosi e agli addetti ai lavori che la Cavese era una squadra molto competitiva e che era una delle più accreditate per arrivare prima o seconda nel girone e centrare la qualificazione alla fase interregionale. Pasquarelli era la classica ciliegina sulla torta, ma non poté scendere in campo all’esordio in campionato contro la Salernitana. Al suo posto giocò l’incerto Vescovi.

In un Campo Arena gremito fino all’inverosimile, il 7 dicembre 1924, la Cavese affrontò la Salernitana con il seguente undici: Vescovi; Zita, Roncali; Fracchia, Piccolo, Parodi; Guasco, Polisano, Majer, Stejskal, Rastelli. La gara fu diretta dall’avvocato Ambrosini di Milano, che negli anni Quaranta sarebbe diventato un giornalista di rilievo e sarebbe finito a dirigere persino la Gazzetta dello Sport. Gli aquilotti vinsero senza problemi con un netto 3-0, grazie a una tripletta di Stejskal, autentico fuoriclasse del team metelliano, spietato in area di rigore ma generoso come pochi quando si trattava di dare una mano anche nei ripiegamenti difensivi.

Sette giorni dopo ancora al Campo Arena la Cavese avrebbe dovuto affrontare il forte Savoia di Torre Annunziata, ma l’arbitro Caroncino di Roma non si presentò, e la gara fu rinviata. Per onorare il folto pubblico presente le due società diedero vita ad un’amichevole. Pasquarelli esordì in maglia biancoblù e si fece subito apprezzare per i suoi interventi sicuri e temerari allo stesso tempo.

“Il prezioso portiere valenzano, requisito in maniera romanzesca, era venuto in buon punto a colmare il vuoto della difesa”, si leggeva sulle cronache locali. Inutile dire che in breve tempo Pasquarelli divenne uno dei beniamini della calorosa tifoseria metelliana.
Alla terza giornata, il 18 gennaio 1925, lo scontro diretto con l’Internaples al Campo Arena terminò 1-1. Già in passato le sfide con i napoletani erano state piuttosto turbolente, sia in campo che al di fuori del rettangolo di gioco.

Anche stavolta, a fine partita, purtroppo si registrò una mini invasione dei tifosi di casa. A farne le spese fu il Presidente della Lega Sud, il dottor De Rosa, aggredito da uno sconsiderato. Il Campo Arena fu squalificato fino al 30 giugno 1925 e la Cavese dovette disputare le successive partite in campo neutro. La squadra non sembrò risentirne, anche perché nel recupero della partita contro il Savoia, la domenica successiva, Pasquarelli e compagni surclassarono per 2-0 i biancoscudati, ottenendo una vittoria di prestigio, buona per la classifica e per il morale. Alla fine del girone d’andata la Cavese era addirittura in vetta con cinque punti, seguita dal Savoia con quattro e dall’Internaples con tre, mentre la Salernitana era ancora ferma a zero punti.

Nel derby di ritorno il 25 gennaio 1925, al Piazza D’Armi di Salerno, i granata a sorpresa si imposero per 2-0, ma i dirigenti della Cavese sentirono puzza di bruciato. La Salernitana infatti, aveva schierato Umaschini e Florio sotto i falsi nomi di Masoero e Serra, oltretutto già tesserati per un’altra società, la Vigevanese. La Cavese presentò prontamente ricorso, lamentando inizialmente che le porte del campo sportivo salernitano non fossero regolamentari. La gara persa all’Oncino contro il Savoia per 1-0 e il pareggio (1-1) sul campo dell’Internaples furono disputate in attesa delle decisioni della giustizia sportiva. Al termine del campionato la classifica finale qualificava al girone successivo il Savoia (nove punti), e l’Internaples (sette punti), mentre venivano eliminate la Cavese terza a quota sei e la Salernitana ultima a quota due.

La Lega Sud respinse il reclamo. Ma la Cavese non si diede per vinta e si rivolse alla Presidenza Federale di Torino. Il Cavalier Eugenio Coppola, il consigliere Pasquale Amabile e il direttore tecnico Alberto Accarino si misero in viaggio per il Piemonte dove scoprirono l’inganno delle false generalità dei calciatori salernitani e presentarono immediatamente un contro ricorso circostanziato. Il consiglio federale diede ragione agli aquilotti: la partita vinta dalla Salernitana fu annullata, ma al club granata venne riconosciuta la buona fede e si decise che il derby dovesse essere rigiocato il 29 marzo 1925.

Quel giorno però, per protesta o per evitare semplicemente una brutta figura al cospetto dei più quotati rivali, la Salernitana non si presentò in campo e la Cavese vinse 2-0 a tavolino. Da Cava circa duecento tifosi seguirono i biancoblù nella trasferta tanto attesa che sancì, in ogni caso, il sorpasso in classifica sull’Internaples e il passaggio, per la prima volta, alle semifinali interregionali. La notizia fu accolta con grande giubilo tra gli sportivi metelliani. La passione per il calcio sotto i portici ormai aveva già contagiato tutti.
La seconda fase del campionato della Lega Sud fu molto articolata.

Le otto squadre qualificate furono inserite in due gironi di quattro squadre: Anconitana, Lazio, Savoia e Pro Italia di Taranto finirono nel girone A; Liberty Bari, Alba Roma, U.S. Messinese e Cavese nel girone B. Le vincenti si sarebbero sfidate nella finale e, successivamente, la migliore compagine della Lega Sud avrebbe incrociato i tacchetti nella finalissima con una tra Genoa e Bologna che avevano dominato i rispettivi raggruppamenti della Lega Nord.

A Cava qualcuno sognava già di cucire sul petto lo scudetto che dall’anno precedente, per decisione della Federazione, fregiava la maglia dei Campioni d’Italia. E in effetti gli aquilotti iniziarono il girone di semifinale con due prestigiosi successi, alimentando l’entusiasmo dei tifosi più arditi. Il 19 aprile del 1925 la Cavese superò per 3-1 l’U.S. Messinese, mentre sette giorni dopo violò di misura il terreno di gioco della Liberty Bari, grazie all’ennesima prodezza di Stejskal. Il 3 maggio i biancoblù si presentarono a punteggio pieno a Roma per affrontare la corazzata Alba, anch’essa a quota quattro in classifica, in virtù dei successi su Liberty e Messinese conquistati piuttosto agevolmente dai fortissimi romani.
Da Cava si misero in viaggio alla volta della Capitale decine e decine di appassionati per prendere parte all’evento.

L’imponente Stadio Nazionale di Via Flaminia, inaugurato il 10 giugno 1911, quel giorno ospitò fra le gradinate popolari una rumorosa rappresentanza del tifo metelliano. L’Alba Roma, allenata da Piselli, scese in campo con Zancanaro; Corbione, Mattei; Rovida, Berti, Delle Fratte; Lo Prete, Scioscia, Degni, Schrot, Ziroli. L’U.S. Cavese rispose con il suo undici tipo: Pasquarelli; Zita, Roncali; Parodi, Fracchia, Piccolo; Guasco, Polisano, Stejskal, Mayer, Rastelli. Il direttore tecnico Accarino e i dirigenti cavesi speravano in una prova d’orgoglio dei loro uomini, ben coperti alle spalle da Pasquarelli, che in tutto il campionato aveva fatto il diavolo a quattro ed era stato spesso insuperabile. Le cose però non andarono come previsto.

Non appena il direttore di gara, il signor Curini di Ancona, diede inizio alle ostilità, i dirigenti e i tifosi al seguito dell’U.S. Cavese notarono in più di una circostanza come Pasquarelli non fosse in giornata di grazia. Il portiere appariva svagato, lontano parente del baluardo che fino a quel momento era stato uno dei migliori del torneo. L’Alba si portò in vantaggio nel primo tempo con un gol di Scioscia e la colpa, secondo l’inviato de “Il Mezzogiorno” fu chiaramente di Pasquarelli che “non parò un facile pallone”.

Nella ripresa l’U.S. Cavese venne letteralmente travolta dai romani che andarono a segno con Degni, Lo Prete, Schrot e ancora con Scioscia. Il pesante 5-0 spianò all’Alba Roma la strada verso la finale della Lega Sud, ma in casa metelliana molti si insospettirono per l’atteggiamento arrendevole del portiere e di qualche altro elemento, che nei secondi quarantacinque minuti “avevano ceduto quasi senza difendere fino all’estremo l’onore delle proprie maglie”.

Nelle successive partite del girone di semifinale la Cavese pareggiò 0-0 allo stadio Enzo Geraci di Messina e sconfisse 2-0 a tavolino la Liberty, rea di non aver coperto in tempo un debito di oltre duemila lire nei confronti della Federazione. All’ultima giornata, il 24 maggio 1925, gli aquilotti, scontata la lunga squalifica, tornarono a giocare al Campo Arena in una gara ormai inutile contro la capolista Alba Roma che, forte dei tre punti di vantaggio, aveva già in tasca la qualificazione per la finale di Lega Sud. Davanti ad una folla incredibile di appassionati, le due squadre diedero vita ad una autentica battaglia.

La Cavese, che si presentò sul rettangolo di gioco indossando un elegante accappatoio, avrebbe voluto vendicare il tracollo dell’andata, ma i capitolini non ci stavano a perdere in nessun modo. Dopo un primo tempo tiratissimo, la partita si sbloccò all’inizio della ripresa: dopo un giro di lancette Stoppoloni con un preciso rasoterra bucò Pasquarelli, ancora una volta apparso troppo ossequioso al cospetto dei romani. Otto minuti dopo Rastelli, con un bolide dei suoi, fulminò nell’angolo destro Zancanaro e siglò il meritato pareggio. L’1-1 non cambiò più fino al termine della contesa.

La Cavese chiuse in nove per l’infortunio di Parodi, costretto ad alzare bandiera bianca a venti minuti dal termine per una forte slogatura, e per decisione dell’arbitro Senes che, in seguito ad una scorrettezza, pose anzitempo Rastelli fuori dal campo. A quei tempi non c’erano ancora né i cartellini, né le sostituzioni, ma i biancoblù in doppia inferiorità numerica strinsero i denti per difendere il risultato ed evitare la sconfitta. Tuttavia l’esclusione di Rastelli scaldò notevolmente gli animi sugli spalti e a fine partita il direttore di gara fu aggredito da un socio dell’U.S. Cavese, riportando qualche escoriazione. Il fatto gravissimo, che bissava quello del 18 gennaio quando al termine del match con l’Internaples ad avere la peggio era stato il Presidente della Lega Sud De Rosa, non poteva non avere conseguenze.

Temendo una nuova squalifica del Campo Arena, e considerando il notevole esborso economico della stagione ormai conclusa, molti dirigenti, in primis il Cavalier Eugenio Coppola, decisero di abbandonare l’U.S. Cavese. E mentre l’Alba Roma si apprestava a giocare e vincere la finale di Lega Sud contro l’Anconitana, prima di perdere nettamente la doppia sfida scudetto con il Bologna, nuvole nere cariche di pioggia si addensavano sulle sorti della nostra squadra. La situazione precipitò all’improvviso. Il colpo di grazia lo diede il cassiere della società aquilotta, un dipendente della ditta Trezza di Verona già responsabile degli uffici del dazio di Cava de’ Tirreni, che un giorno salutò tutti e scappò con il denaro delle casse del club.

La Cavese, in realtà doveva a questo distinto gentiluomo una cospicua somma che egli stesso aveva anticipato per portare a termine il campionato, e per questo i dirigenti rinunciarono a sporgere denuncia. Ecco perché il 31 luglio del 1925, tristemente, il vessillo della Cavese fu ammainato e i dirigenti rimasti non rinnovarono l’iscrizione al campionato di Prima Divisione. Al termine di una stagione così esaltante gli aquilotti uscivano tristemente di scena. Dopo un anno di pausa sarebbero poi ripartiti dalla Seconda Divisione, ma senza squilli di tromba.

Tutti i calciatori furono inseriti nelle liste di trasferimento e lasciarono Cava de’ Tirreni per accasarsi altrove. Soltanto il prode Pasquarelli sembrò non risentire eccessivamente della crisi dell’U.S. Cavese, perché non appena ritornò in Piemonte, per darsi un tono, acquistò una costosissima Lancia Ardea. Con quali soldi, vi chiederete voi. Beh, diciamo che il sospetto che il portiere valenzano avesse ricevuto una cospicua somma di denaro dall’Alba Roma era già balenato nelle mente di tutti fin dalla gara del 3 maggio, terminata sul 5-0 per i capitolini.

Non dimentichiamo che lo stesso Pasquarelli aveva già dimostrato di essere sensibile al “vil denaro”: sempre per soldi aveva rinunciato all’offerta dell’Internaples e si era accordato in extremis con l’U.S. Cavese, accettando la corte del Cavalier Coppola. Molti mesi dopo, l’estremo difensore ammise la “combine”, ma ormai la frittata era fatta.

Fu una macchia nella carriera di un atleta così valoroso che sarebbe potuto entrare in pompa magna nella storia della Cavese e che invece, cedendo alla tentazione, scelse di finire nell’oblio come colui che ci tradì. Fu una beffa per i dirigenti aquilotti, che furono raggirati nel momento decisivo proprio dal loro uomo migliore, sul quale avevano puntato senza indugio, salendo in treno a Valenza per ricoprirlo d’onori e gloria.

Anche il calcio delle origini, purtroppo, aveva i suoi lati oscuri.

Fabrizio Prisco

(fonte Cavese 1919 http://www.cavese1919.it/)

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