L’oro delle nazioni: USA, Regno Unito e Giappone smentiscono il dibattito italiano sulle riserve di Bankitalia
Un’analisi comparata dei modelli internazionali mostra che la proprietà statale delle riserve auree non compromette l’indipendenza delle banche centrali. A fare la differenza non è chi “possiede” formalmente l’oro, ma chi può decidere operativamente del suo utilizzo. È questo il punto che spiega l’intervento della BCE sul caso italiano
Nel confronto politico italiano torna ciclicamente la questione della titolarità dell’oro della Banca d’Italia, un tema che negli ultimi mesi si è riacceso dopo l’emendamento parlamentare che mirava a ridefinire la “proprietà” delle riserve auree nazionali. Il dibattito, tuttavia, rimane spesso prigioniero di un dualismo semplicistico – oro pubblico o oro della banca centrale – che non trova riscontro nei modelli internazionali più avanzati. Stati Uniti, Regno Unito e Giappone, tre tra le maggiori economie mondiali, dimostrano che la proprietà formale dello stock aureo può appartenere allo Stato senza compromettere, né politicamente né tecnicamente, l’indipendenza della banca centrale. Ciò che conta realmente è la distanza istituzionale tra l’asset aureo e il potere esecutivo, non la dicitura con cui quell’oro compare a bilancio.
Negli Stati Uniti questo principio è codificato dal 1934, quando il Gold Reserve Act trasferì l’intero stock di oro federale, oggi superiore alle ottomila tonnellate, dal sistema della Federal Reserve al Dipartimento del Tesoro. Da allora la Federal Reserve non è proprietaria di alcuna riserva aurea: funge da custode, amministratore tecnico e depositario per conto del Tesoro e, in parallelo, per conto di Stati esteri che affidano i loro lingotti alla Fed di New York. Nonostante la proprietà pienamente statale dell’oro, nessuno ha mai messo in discussione l’autonomia della banca centrale americana, perché un robusto quadro normativo impedisce all’esecutivo di utilizzare liberamente le riserve a fini di bilancio. La distinzione tra proprietà dell’oro e indipendenza monetaria è netta, garantita e consolidata.
Schema simile nel Regno Unito, dove le riserve auree appartengono a HM Treasury e non alla Bank of England. La banca centrale britannica custodisce fisicamente i lingotti ma ne possiede solo due, più che altro simbolici. Le decisioni operative, dalle vendite alle riallocazioni, sono prerogativa esclusiva del Tesoro, come avvenuto con la nota dismissione della fine degli anni Novanta. Anche in questo caso, la proprietà pubblica dell’oro convive da decenni con una banca centrale pienamente indipendente, senza alcuna confusione tra ruolo tecnico di gestione e responsabilità politica.
In Giappone il quadro è anch’esso improntato alla titolarità statale delle riserve. L’oro ufficiale è contabilizzato in un conto speciale del Ministero delle Finanze, mentre la Bank of Japan può detenere lingotti propri solo per esigenze tecniche. La banca centrale agisce come agente operativo del Tesoro nelle operazioni che riguardano l’oro ufficiale, ma mantiene un margine di autonomia pieno sulle decisioni di politica monetaria. Anche qui la separazione tra proprietà dell’asset e indirizzo della politica economica è saldamente regolata e non presta il fianco a interferenze politiche episodiche.
Questi tre modelli mostrano un elemento comune: la proprietà pubblica dell’oro non è un’anomalia, né un pericolo, né un ostacolo all’indipendenza della banca centrale. Il discrimine non sta nella titolarità formale, ma nella qualità delle regole che governano l’uso delle riserve e nel grado di separazione istituzionale dal potere politico. È per questo che l’attenzione della BCE si concentra non sull’idea astratta che “l’oro appartiene al popolo”, affermazione valida in ogni democrazia, ma sui poteri effettivi che una modifica legislativa potrebbe attribuire al governo. Nel sistema europeo, infatti, le banche centrali nazionali, inclusa Bankitalia, esercitano funzioni in un quadro sovranazionale che tutela rigidamente l’indipendenza monetaria e vieta l’utilizzo diretto delle riserve per fini di finanza pubblica.
La tensione che si è creata tra Parlamento italiano e BCE nasce proprio da questo punto: il timore che la riformulazione della titolarità politica dell’oro possa essere interpretata come un tentativo di avvicinare le riserve auree alla disponibilità del governo, anche solo potenzialmente. In un regime monetario continentale, in cui l’equilibrio tra sovranità nazionale e autorità europea è particolarmente delicato, qualsiasi intervento che coinvolga la proprietà delle riserve deve evitare ambiguità interpretative.
Il confronto internazionale mostra dunque che non esiste un unico modello virtuoso: vi sono Paesi dove l’oro è dello Stato e altri dove l’oro è della banca centrale. La differenza non sta nella formula giuridica, ma nella solidità delle garanzie che impediscono un uso politico delle riserve. È questa la lezione che Stati Uniti, Regno Unito e Giappone offrono all’Italia: la proprietà dell’oro, da sola, non dice nulla. Conta solo ciò che quella proprietà permette – o non permette – di fare. (fonte Unimpresa)
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