Quando il “dietro le quinte” diventa specchio: il concistoro come metafora della nostra epoca
Riflettere sulla capacità delle nostre società di ascoltare davvero il diverso e di costruire dialoghi autentici nella complessità del presente
Non è solo una riunione di ministri di un culto: è un paradigma della nostra epoca che si confronta con sé stessa, tra la nostalgica nostalgia del passato e l’urgenza di riscrivere il presente.
Quello che è accaduto nei giorni 7 e 8 gennaio 2026 in Vaticano, il concistoro straordinario convocato da Papa Leone XIV, ha suscitato curiosità, critiche, interpretazioni e dibattiti. Ma al di là delle implicazioni religiose e istituzionali, è la dinamica che si è sprigionata “dietro le quinte” a offrirci uno specchio dei nostri tempi.
In due giorni di confronto con i cardinali, tra riflessioni, liturgia e appelli alla pace, sono emerse tensioni non tanto tra correnti teologiche, quanto tra approcci al cambiamento: chi vede nel mantenimento delle forme consolidate un baluardo di identità, chi propone riforme e apertura come risposta alla complessità del mondo moderno.
Questa tensione, ben oltre le mura leonine della Santa Sede, è la stessa che attraversa le nostre società: tra innovazione e tradizione, tra il desiderio di stabilità e l’ansia di riformare ogni cosa. È la tensione di una modernità che spesso s’illude di potersi definire soltanto tramite opposizione — a ciò che era prima, a ciò che non si comprende, a ciò che è diverso da sé.
E allora il concistoro diventa metafora laica. Ci costringe a chiederci: come affrontiamo il confronto tra il nuovo e l’antico nelle nostre comunità civiche, nelle nostre città, nei nostri luoghi di lavoro? Siamo capaci di ascolto reale, o ci rifugiamo in posizioni inamovibili? La “sinodalità” – il camminare insieme – di cui si è parlato tanto in Vaticano non può essere confinata al linguaggio ecclesiastico: è una lezione che riguarda tutti noi, in un’epoca in cui le relazioni sociali sono spesso mediate dallo schermo, dalla velocità, da un dialogo che raramente sa essere disarmato e autentico.
E se un singolo incontro tra porporati può diventare simbolo di qualcosa di più grande, allora forse vale la pena guardare oltre l’apparenza istituzionale. In questa stagione di storie a volte polarizzate e semplificate, la vera sfida non è conservare il passato o sradicarlo, ma costruire spazi di discorso dove la complessità sia riconosciuta e non demonizzata.
Forse la domanda più laica e urgente che questo episodio ci pone è semplice ma disturbante: siamo davvero pronti a condividere il tavolo – non per compromesso, ma per ascolto – con chi non la pensa come noi? Senza quella capacità, non è il concistoro a rischiare di restare sterile, ma l’intera trama della nostra convivenza civile.







