scritto da Gennaro Pierri - 18 Gennaio 2026 09:56

Quando il “dietro le quinte” diventa specchio: il concistoro come metafora della nostra epoca

Riflettere sulla capacità delle nostre società di ascoltare davvero il diverso e di costruire dialoghi autentici nella complessità del presente

Non è solo una riunione di ministri di un culto: è un paradigma della nostra epoca che si confronta con sé stessa, tra la nostalgica nostalgia del passato e l’urgenza di riscrivere il presente.

Quello che è accaduto nei giorni 7 e 8 gennaio 2026 in Vaticano, il concistoro straordinario convocato da Papa Leone XIV, ha suscitato curiosità, critiche, interpretazioni e dibattiti. Ma al di là delle implicazioni religiose e istituzionali, è la dinamica che si è sprigionata “dietro le quinte” a offrirci uno specchio dei nostri tempi.

In due giorni di confronto con i cardinali, tra riflessioni, liturgia e appelli alla pace, sono emerse tensioni non tanto tra correnti teologiche, quanto tra approcci al cambiamento: chi vede nel mantenimento delle forme consolidate un baluardo di identità, chi propone riforme e apertura come risposta alla complessità del mondo moderno.

Questa tensione, ben oltre le mura leonine della Santa Sede, è la stessa che attraversa le nostre società: tra innovazione e tradizione, tra il desiderio di stabilità e l’ansia di riformare ogni cosa. È la tensione di una modernità che spesso s’illude di potersi definire soltanto tramite opposizione — a ciò che era prima, a ciò che non si comprende, a ciò che è diverso da sé.

E allora il concistoro diventa metafora laica. Ci costringe a chiederci: come affrontiamo il confronto tra il nuovo e l’antico nelle nostre comunità civiche, nelle nostre città, nei nostri luoghi di lavoro? Siamo capaci di ascolto reale, o ci rifugiamo in posizioni inamovibili? La “sinodalità” – il camminare insieme – di cui si è parlato tanto in Vaticano non può essere confinata al linguaggio ecclesiastico: è una lezione che riguarda tutti noi, in un’epoca in cui le relazioni sociali sono spesso mediate dallo schermo, dalla velocità, da un dialogo che raramente sa essere disarmato e autentico.

E se un singolo incontro tra porporati può diventare simbolo di qualcosa di più grande, allora forse vale la pena guardare oltre l’apparenza istituzionale. In questa stagione di storie a volte polarizzate e semplificate, la vera sfida non è conservare il passato o sradicarlo, ma costruire spazi di discorso dove la complessità sia riconosciuta e non demonizzata.

Forse la domanda più laica e urgente che questo episodio ci pone è semplice ma disturbante: siamo davvero pronti a condividere il tavolo – non per compromesso, ma per ascolto – con chi non la pensa come noi? Senza quella capacità, non è il concistoro a rischiare di restare sterile, ma l’intera trama della nostra convivenza civile.

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.