La camera del cuore: dove batte ciò che non si vede
Attraverso il tema dei trapianti, una riflessione sul cuore come luogo simbolico dell’identità e della responsabilità verso l’altro. Donare diventa così un gesto etico profondo, che interroga la nostra disponibilità a condividere la vita
C’è una stanza che nessuna TAC riesce a fotografare. Non compare nei manuali di anatomia, non ha pareti né porte, eppure è affollata come poche. È la camera del cuore: il luogo invisibile dove si depositano le scelte che contano, le paure che non confessiamo, il coraggio che a volte ci sorprende.
Insegno al liceo scientifico qui a Cava e con qualche collega (per la cronaca ho colleghi e colleghe stupendi!) si parla di trapianti e roba del genere: compatibilità, interventi, percentuali di successo. È inevitabile. Ma poi arriva sempre una domanda che spiazza: se ricevo il cuore di un altro, cosa ricevo davvero? È una domanda ingenua solo in apparenza. In realtà ci obbliga a guardare oltre il dato clinico e a interrogarci su ciò che rende una vita “nostra”.
Un trapianto è uno degli atti più radicali che l’essere umano conosca: vivere perché qualcun altro ha smesso di farlo. Dentro questa soglia sottile tra fine e inizio, la medicina fa miracoli, ma è l’etica a tremare. Donare un organo non è solo un gesto sanitario: è un atto di fiducia verso l’umanità, una scommessa sul fatto che il bene possa attraversare i corpi e continuare a circolare.
Per i più giovani, abituati a pensare il cuore come emoji o metafora romantica, scoprire che può passare di mano è quasi disturbante. Eppure è proprio qui la provocazione: se un cuore può continuare a battere in un altro petto, allora forse l’identità non è una fortezza chiusa, ma una casa con stanze comunicanti. Forse siamo più “condivisibili” di quanto immaginiamo.
La camera del cuore non riguarda solo chi dona o riceve. Riguarda tutti noi, ogni volta che scegliamo se restare indifferenti o farci toccare. È lo spazio in cui decidiamo se la vita dell’altro ci riguarda oppure no.
Alla fine, la domanda resta aperta e scomoda: se domani qualcuno potesse vivere grazie a una parte di noi, la nostra camera del cuore sarebbe pronta ad aprirsi? O preferiamo tenerla chiusa, anche a costo di lasciarla in silenzio?







