«Coraggio, sono io. Non abbiate paura.» (Vangelo di Marco 6,45-52)
Forse uno dei grandi equivoci del nostro tempo è pensare che le soluzioni debbano essere evidenti, rapide, indolori. Ma le trasformazioni vere assomigliano di più a un attraversamento che a un colpo di scena. Richiedono fiducia, ma anche lucidità. Presenza, più che controllo
Ci sono momenti in cui la vita somiglia a questo: sei in mezzo al mare, il vento è contro, remi da ore e non vai da nessuna parte. Non perché tu stia sbagliando, ma perché il mondo, semplicemente, non collabora.
È un’esperienza sempre più comune. Lavorare, studiare, impegnarsi, fare la propria parte… e avere comunque la sensazione di restare fermi. Come se le regole fossero cambiate mentre eravamo già in acqua. Come se ciò che prima funzionava ora non bastasse più.
Viviamo in un tempo che chiede molto e restituisce poco. Ci viene chiesto di essere flessibili, resilienti, sempre pronti al cambiamento, ma senza mai fermarci davvero a capire dove stiamo andando. La fatica è diventata normale, la stanchezza quasi un requisito. E chi si ferma, chi dubita, chi ammette di non farcela, rischia di sentirsi fuori posto.
La scena che il vangelo ci propone è semplice, quasi banale: una barca, la notte, il vento contrario. Ma proprio per questo è potente. Perché non parla di eroi, ma di persone comuni. Di chi continua a remare anche quando non vede la riva. Di chi resta dentro le cose invece di scappare.
E poi c’è l’assenza. O almeno, la sensazione di esserci soli. Nessuna voce che dia istruzioni, nessun segnale chiaro. Solo il rumore dell’acqua e il peso delle braccia. È lì che spesso nasce la tentazione di mollare: non tanto per la difficoltà, quanto per l’idea di essere invisibili.
Eppure, in quella storia antica, c’è un dettaglio che spiazza: qualcuno (quel Qualcuno!) guarda. Anche se non si vede, anche se sembra lontano. Come a dire che la fatica non è inutile, che non tutto ciò che conta è immediatamente misurabile. Che il tempo della prova non è tempo perso.
Quando finalmente arriva qualcosa di inatteso, non rassicura subito. Anzi, spaventa. È sempre così: ciò che rompe lo schema viene scambiato per una minaccia. Il nuovo, quando arriva, raramente ha una forma familiare. Prima di salvare, mette in crisi.
Forse uno dei grandi equivoci del nostro tempo è pensare che le soluzioni debbano essere evidenti, rapide, indolori. Ma le trasformazioni vere assomigliano di più a un attraversamento che a un colpo di scena. Richiedono fiducia, ma anche lucidità. Presenza, più che controllo.
Alla fine il vento si placa, ma non perché tutto sia stato capito. La storia dice che chi era sulla barca restava confuso, incapace di leggere fino in fondo ciò che aveva vissuto. Come succede spesso anche a noi: attraversiamo eventi enormi senza riuscire subito a dar loro un senso.
Forse la domanda da tenere aperta non è se il mare tornerà calmo, ma come restiamo umani mentre il vento è contro. Se continuiamo a remare insieme o ognuno per sé. Se accettiamo l’idea che il poco che abbiamo – tempo, parole, gesti – possa comunque fare la differenza.
Perché a volte non serve un miracolo. Serve non indurirsi. E restare nella barca, anche quando verrebbe voglia di buttarsi in acqua.







