scritto da Gennaro Pierri - 07 Febbraio 2026 10:02

Cava de’ Tirreni, quando la città spegne le luci (e accende la verità)

La notte è il tempo dei margini, ma anche delle possibilità. È il momento in cui cadono le maschere sociali e resta la verità dei corpi stanchi e delle menti che pensano troppo

foto Angelo Tortorella

Di notte una città smette di recitare. Quando il traffico si assottiglia, le vetrine si spengono e le strade respirano piano, resta solo ciò che è essenziale. La notte non aggiunge: toglie. E proprio per questo rivela.

Cava di notte non è semplicemente Cava con meno luce. È un altro luogo. È una domanda aperta. Di giorno la città è efficiente, rumorosa, piena del suo affanno quotidiano. Di notte, invece, diventa sincera. I passi risuonano più forti perché siamo più soli. Le piazze sembrano più grandi perché dopo una certa ora non c’è folla a riempirle. Le facciate dei palazzi, illuminate a metà, raccontano storie che il sole non ha tempo di ascoltare.

Cosa dice una città quando nessuno la guarda davvero? Dice chi resta sveglio: chi lavora mentre gli altri dormono, chi rientra tardi, chi non riesce a prendere sonno, chi cerca qualcosa, o qualcuno, senza sapere bene cosa. La notte è il tempo dei margini, ma anche delle possibilità. È il momento in cui cadono le maschere sociali e resta la verità dei corpi stanchi e delle menti che pensano troppo.

Cava, come ogni città, di notte mostra le sue contraddizioni: bellezza e abbandono, silenzio e paura, cura e incuria. Ci sono strade che sembrano chiedere attenzione, spazi che implorano presenza, angoli che potrebbero diventare luoghi se solo qualcuno li abitasse davvero. La notte ci educa a guardare meglio: meno distratti, meno protetti, più responsabili.

Per i giovani, soprattutto, la notte è un laboratorio esistenziale. È lì che si fanno le domande vere, quelle che di giorno vengono coperte dal rumore. Chi sono? Dove sto andando? Questa città mi appartiene o mi attraversa soltanto? Una città che di notte non parla ai suoi giovani è una città che rischia di perderli.

Forse dovremmo chiederci non cosa fare della notte, ma cosa imparare da essa. Perché una città che sa ascoltarsi al buio è una città che può scegliere meglio la luce.

E allora la provocazione resta aperta: se Cava potesse parlare solo di notte, ci piacerebbe davvero quello che avrebbe da dire?

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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