Cava de’ Tirreni, Luigi… Massimo… Vittorio: tre diaconi permanenti, una sera qualsiasi. E il silenzio della città
Nessuna crepa. Nessuna domanda. Eppure quei tre non sono figure lontane. Non vengono da un altro mondo. Hanno lavori, famiglie, bollette, stanchezze
Tre uomini si stendono a terra, in silenzio, mentre qualcuno canta. È uno dei gesti più antichi e più spiazzanti che esistano: dire con il corpo “non mi appartengo più”.
È successo venerdì sera nel nostro duomo di Cava. E quasi nessuno lo sa. Non è un problema di religione. È un problema di percezione. Perché mentre dentro una chiesa tre vite cambiavano direzione, non simbolicamente, ma concretamente, fuori la città continuava identica: traffico, telefoni, aperitivi, notifiche.
Nessuna crepa. Nessuna domanda. Eppure quei tre non sono figure lontane. Non vengono da un altro mondo. Hanno lavori, famiglie, bollette, stanchezze. Sono esattamente dentro la vita che tutti conosciamo. Con una differenza: hanno deciso di non viverla solo per sé.Qui sta il punto che sfugge. In una società che misura tutto in termini di ritorno, economico, sociale, personale, scegliere il servizio gratuito è un atto quasi incomprensibile.
Non fa rumore, non diventa trend. Ma proprio per questo è sovversivo. Allora la domanda non è “perché non se ne parla”. La domanda è: siamo ancora capaci di riconoscere qualcosa che non serve a guadagnare? Forse la città non era distratta. Forse è disallenata. Disabituata a intercettare gesti che non urlano.
A leggere scelte che non si spiegano con l’utile. A fermarsi davanti a qualcosa che non si consuma ma interpella.
Tre diaconi, Luigi, Massimo e Vittorio, venerdì sera, non hanno cambiato la città. Ma hanno posto una domanda precisa, quasi fastidiosa: se qualcuno decide di vivere per gli altri e noi non ce ne accorgiamo, il problema è la loro scelta… o il nostro sguardo?







