Un soldato, non un colono
L’esercito israeliano chiarisce che l’uomo armato non era un colono ma un soldato riservista che non ha riconosciuto la targa diplomatica. Divergono le versioni italiana e israeliana sulla dinamica dell’episodio
L’IDF ha confermato che l’uomo che ha fermato due carabinieri italiani in Cisgiordania era un soldato riservista, non un colono. L’episodio è avvenuto in un’area C dichiarata zona militare chiusa. Il militare ha notato un’auto diretta verso la comunità di Sde Ephraim e, non riconoscendo la targa diplomatica, l’ha considerata sospetta. Secondo la versione israeliana, ha puntato l’arma senza sparare e ha ordinato ai passeggeri di scendere e identificarsi. La ricostruzione italiana è diversa: i carabinieri avrebbero visto un uomo armato nel parcheggio dello Sharek Youth Village e, credendolo un colono, avrebbero tentato di allontanarsi. L’uomo li avrebbe bloccati, costretti a inginocchiarsi e interrogati in inglese incerto. L’IDF sostiene che il soldato abbia seguito le procedure per veicoli sospetti, ma non quelle per mezzi diplomatici. Il militare è stato convocato per chiarimenti e l’esercito rafforzerà le istruzioni operative in Cisgiordania. La situazione in Cisgiordania è oggi estremamente tesa. Questo clima rende più probabili incidenti gravi e, in alcuni casi, anche tragici. All’interno di questo contesto, le forze armate israeliane da tempo adottano comportamenti che superano il limite della proporzionalità e contribuiscono ad alimentare la spirale di tensione. L’episodio che ha coinvolto i due carabinieri italiani si inserisce pienamente in questo scenario. Proprio per questo è necessario che le nostre autorità governative intervengano con fermezza. Non farlo significa rinunciare a un ruolo attivo nella tutela dei nostri militari e, soprattutto, non favorire il percorso verso una soluzione politica. Il silenzio rischia di legittimare atteggiamenti che mantengono vive le ragioni dello scontro invece di avvicinare la pace.





