Minneapolis, spari e bugie
Un infermiere di 37 anni ucciso durante un’operazione dell’ICE riaccende lo scontro tra autorità locali e governo federale. I video e i media Usa mettono in dubbio la versione ufficiale degli agenti
Gli agenti federali a Minneapolis, nello stato americano del Minnesota, hanno ucciso un uomo durante un’operazione anti-immigrazione. La vittima è Alex Pretti, 37 anni, infermiere e cittadino americano. Secondo il governo federale era armato e ha reagito con violenza. I video analizzati dal New York Times mostrano invece Pretti con un telefono in mano. Testimoni affermano che fosse già disarmato al momento degli spari. Il sindaco di Minneapolis e il governatore del Minnesota contestano l’operato dell’ICE, l’agenzia federale Controllo Immigrazione e Frontiere. Nella stessa operazione gli agenti hanno fermato anche una bambina di due anni con il padre. Il caso ha acceso nuove proteste e rilanciato il dibattito sull’uso delle forze federali. Un fatto appare evidente: ciò che sta accadendo negli Stati Uniti richiama dinamiche proprie di Paesi tutt’altro che democratici. La violenza esercitata da agenti statali appare ingiustificata e assume tratti criminali. Ancora più preoccupante è il ruolo del presidente Donald Trump, che legittima e incoraggia l’azione delle forze di polizia federali, accusando al tempo stesso le autorità locali di alimentare i disordini. Se non si può parlare apertamente di fascismo, ci si trova quantomeno sulla soglia che lo precede.





