Iran, sangue e stallo
La repressione delle proteste in Iran raggiunge livelli senza precedenti, con cifre sui morti drasticamente divergenti. Il regime resiste, la rivolta continua, il mondo resta a guardare
Tra l’8 e il 9 gennaio l’Iran sarebbe stato teatro del più grave massacro della sua storia recente. Secondo l’opposizione, oltre 12mila manifestanti – in gran parte giovani – sarebbero stati uccisi nelle piazze, mentre fonti governative riducono il bilancio a circa 3mila morti. Numeri impossibili da verificare in modo indipendente a causa della censura e del blackout informativo. La repressione non ha però fermato la mobilitazione, alimentata da una generazione che rifiuta la teocrazia degli ayatollah. Al tempo stesso, l’apparato di potere, sostenuto dai pasdaran, non appare vicino al collasso: il Paese resta in una situazione di stallo sempre più violento. La comunità internazionale condanna, ma senza azioni concrete. Gli Stati Uniti alzano i toni, la Russia resta silente, mentre l’indignazione globale sembra affievolirsi. L’Iran è a un bivio storico, ma l’esito resta imprevedibile. In conclusione, se l’Occidente resta così inattivo perde l’occasione storica di liberare il mondo da un regime dittatoriale, retrivo, liberticida, sanguinario e terrorista.





