San Valentino a scuola: non sempre parole d’amore
Il degrado linguistico è quasi sempre lo specchio di un impoverimento più profondo: quello del pensiero e dei valori. Se per qualcuno San Valentino diventa l’occasione per umiliare una compagna, un coetaneo, allora abbiamo perso di vista il senso stesso della ricorrenza
Ogni anno, il 14 febbraio, le scuole della nostra amata cittadina si riempiono di cuori disegnati, bigliettini colorati e messaggi consegnati di mano in mano. È una tradizione che negli ultimi anni ha coinvolto studenti di ogni età: un piccolo gesto per celebrare San Valentino, simbolo universale dell’amore e dell’affetto.
Come docente di liceo, ho sempre guardato con simpatia a questa iniziativa. In un tempo in cui la comunicazione corre veloce sugli schermi e spesso si consuma nell’effimero dei social, l’idea di fermarsi a scrivere un pensiero su un foglio, di scegliere parole da dedicare a qualcuno, è visto come un ritorno alla cura, alla gentilezza, alla bellezza delle relazioni autentiche.
Eppure, quest’anno, accanto ai messaggi sinceri e delicati, mi sono trovata, insieme ad alcune alunne, a leggere bigliettini dal contenuto ignobile. Epiteti pesanti, parolacce, volgarità gratuite. Frasi intrise di cattiveria e, talvolta, di un’invidia tanto evidente quanto triste. Parole che feriscono, che umiliano, che nulla hanno a che vedere con l’amore o con il rispetto.
Quello che dovrebbe essere un momento di festa e di condivisione rischia, così, di trasformarsi in un’occasione per colpire, per mettere alla berlina, per sfogare frustrazioni. È un segnale che non possiamo ignorare. Non si tratta solo di “ragazzate”. Le parole hanno un peso. Costruiscono o distruggono, elevano o degradano.
Da docente, mi interrogo spesso sul significato educativo di ciò che accade dentro e fuori le aule. La scuola non è soltanto il luogo dove si trasmettono nozioni, ma uno spazio in cui si forma il senso civico, il rispetto dell’altro, la capacità di convivere nella differenza. Quando assistiamo a manifestazioni di questo tipo, dobbiamo chiederci quale modello culturale stiamo offrendo ai nostri giovani e quali strumenti stiamo dando loro per riconoscere il confine tra ironia e offesa, tra libertà di espressione e aggressione verbale.
Il degrado linguistico è quasi sempre lo specchio di un impoverimento più profondo: quello del pensiero e dei valori. Se per qualcuno San Valentino diventa l’occasione per umiliare una compagna, un coetaneo, allora abbiamo perso di vista il senso stesso della ricorrenza.
Non si tratta di demonizzare un’iniziativa, che nella sua idea originaria, resta bella e significativa. Si tratta piuttosto di recuperarla, di accompagnarla con una riflessione, di trasformarla in un’opportunità educativa, perché scrivere un messaggio è un atto di responsabilità. Significa scegliere le parole, scegliere chi vogliamo essere.
Ai nostri ragazzi dobbiamo ricordare che l’amore, in ogni sua forma, amicizia, affetto, solidarietà, non umilia, non offende, non deride. L’amore costruisce. E se davvero vogliamo celebrare questa festa nelle scuole cavesi, facciamolo con la consapevolezza che ogni biglietto può e deve essere un piccolo seme di bene, non una ferita.
Sta a noi adulti, insieme alle famiglie e alla comunità, vigilare ed educare. Perché certe cose, davvero, non dovrebbero esistere. La scuola deve rimanere il luogo in cui si impara, prima di tutto, il rispetto.
prof.ssa Paola Bucciarelli







